NO AI TEST D'INGRESSO NELLA SCUOLA PUBBLICA!
«Siamo oltre i trenta alunni per ognuna delle nostre sei prime, troppi. Faremo come all’università: prova d’ammissione e numero chiuso. Useremo il criterio della meritocrazia, come ha già deciso il consiglio d’istituto. Invito i genitori a non allarmarsi». Così ha detto la preside Cristina Bonaglia dell’istituto tecnico Fermi di Mantova, motivando la somministrazione dei test d’ingresso agli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado che si sarebbero voluti iscrivere nella sua scuola. Purtroppo non si tratta di un caso isolato, ma di una prassi che si sta consolidando in molte scuole del nostro paese già da qualche anno. Anche quest’anno, da gennaio a febbraio, alcuni istituti tecnici, licei linguistici e convitti hanno organizzato dei test d’ingresso di italiano, matematica, lingue straniere e logica. In base ai risultati di questi test i Dirigenti Scolastici e i Rettori decidono chi potrà frequentare secondo le inclinazioni e le competenze. Ma non finisce qui: in alcuni casi il risultato della prova non determinerà solamente il posto in graduatoria per l’iscrizione, ma sarà funzionale anche alla formazione delle classi. Da una parte dunque gli studenti di serie A, dall’altra quelli di serie B, quelli che difficilmente finiranno gli studi, che non hanno nessuna speranza, che non devono essere aiutati, perché un test sottoposto a 14 anni dice che non sono “adatti” allo studio. Questo è il “merito”, una parola che nasconde esclusione, negazione del diritto allo studio e darwinismo sociale. I test d’ingresso sono l’ennesimo colpo inferto alla nostra Costituzione, che nei suoi articoli 3, 33 e 34 afferma che la scuola è aperta a tutti e che ognuno, anche se privo di mezzi, deve poter raggiungere i più alti gradi d’istruzione. Notizie come queste non fanno altro che confermare la volontà politica di smantellare la scuola pubblica, che vessata dai miliardi di tagli degli ultimi anni, si vede costretta a chiudere le porte, imporre contributi “volontari” per poter far fronte alle spese ordinarie e tagliare l’offerta formativa. Una scuola che rimane “pubblica” di nome, ma che di fatto è sempre più “privata”, accessibile solo ai pochi che se la possono permettere. Fino a poco tempo fa i test d’ingresso escludevano migliaia di studenti dalle facoltà universitarie, mentre la scuola dell’obbligo, nonostante tutti i deficit, la mancanze di aule, di finanziamenti e insegnanti, rimaneva immune dalla triste parabola del numero chiuso. Anche il MIUR, attraverso una nota, si dimostra contrario alla selezione basata su criteri meritocratici, e consiglia criteri che «debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali, a puro titolo di esempio, quello della vicinanza della residenza dell’alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori». Tuttavia pensiamo che, a fronte della drammatica situazione odierna, non bastino note giuste nei contenuti, ma svuotate di senso dalla realtà. Registriamo e confermiamo sempre più una torsione elitaria della scuola pubblica, non più strumento garante della mobilità sociale, ma dispositivo della selezione e della discriminazione. Una scuola che, sotto l’orpello di un concetto malato di autonomia scolastica, legittima lo strapotere dei presidi nello stabilire i criteri e gli strumenti di valutazione che giudicano se uno studente è adatto o meno alla scuola da lui scelta.
- L’autonomia diventa arbitrio di Marco Bascetta, tratto da www.ilmanifesto.it









