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Studiare non è un lusso! Ripartire dal diritto allo studio per raggiungere la gratuità dell’istruzione 02/28/15

Trasporti, contributi “volontari”, libri di testo, mense.. quanto spendiamo ogni anno per poter studiare e andare a scuola? Centinaia e centinaia di euro. Nel nostro Paese studiare sta diventando un ...


Trasporti, contributi “volontari”, libri di testo, mense.. quanto spendiamo ogni anno per poter studiare e andare a scuola? Centinaia e centinaia di euro. Nel nostro Paese studiare sta diventando un lusso, un investimento privato sempre più insostenibile da parte di numerose famiglie. Negare il diritto allo studio significa negare un’opportunità per una vita migliore, significa lasciare spazio alle discriminazioni sociali. Ricerche autorevoli ci dicono che il nostro Paese ha alti tassi di abbandono degli studi prima dell’adempimento dell’obbligo scolastico (17% in Italia a fronte della media europea del 12%), un basso numero di diplomati e laureati. Nel nostro Paese il diritto allo studio è di competenza regionale, ma le Regioni sono incapaci, non vogliono o non riescono a garantirlo per la scarsità di risorse. Abbiamo 20 leggi regionali differenti, alcune più avanzate, ma senza finanziamenti, e altre sostanzialmente immutate dai primi anni ’80. Le poche briciole che le regioni riescono ad erogare sembrano concesse sotto forma di “beneficenza”. Anche il ruolo delle amministrazioni comunali, delegate dalle Regioni per l’assegnazione delle borse di studio, ha fallito gran parte degli obiettivi preposti e auspicati. In sostanza, la mancanza di parametri e principi comuni di riferimento ha fatto sì che vigesse l’arbitrio delle singole istituzioni di competenza, che, invece di investire sulle vere priorità, hanno sempre considerato la partita del diritto allo studio come secondaria. Noi pensiamo invece che sia una partita strategica, perché garantendo il diritto allo studio si garantisce l’accesso alla cittadinanza.
Contemporaneamente, con la scusante della “libertà di educazione”, sono state agevolate le scuole private attraverso il tanto criticato buono scuola, introdotto con la legge 62/2000.
Se diamo uno sguardo ai sistemi di diritto allo studio vigenti negli altri Paesi, ci accorgiamo che l’Italia rimane fanalino di coda, ed è evidente il divario che ci separa con i Paesi del nord Europa, come Norvegia e Finladia, dove lo Stato consente ad ogni studente di poter continuare i propri studi indipendentemente dalle condizioni socio-economiche di partenza. In Italia la “società della conoscenza” delineata dalla Strategia di Lisbona, seppur densa di contraddizioni, non si è mai voluta costruire.
Occorrerebbe innanzitutto una Legge Nazionale sul diritto allo studio, che ponga fine alle disparità che vi sono fra le varie leggi regionali e che stabilisca i Livelli Essenziali delle Prestazioni che le Regioni dovrebbero erogare. Ma prima di parlare di una legge del genere bisogna chiarire una cosa, forse non chiara al Governo: per fare tutto ciò occorrono dei finanziamenti certi. Oggi, infatti, non esiste un fondo nazionale per il diritto allo studio, esiste solo la ripartizione regionale, mentre lo Stato in questi anni si è preoccupato solo di finanziare a pioggia le scuole private e le relative famiglie che vi iscrivono il figlio. Non crediamo in una cifra minima percentuale di PIL per tutte le Regioni, ma invece in un investimento proporzionato al numero di studenti meno abbienti ed in generale al numero dei destinatari degli interventi, ponendo particolare attenzione verso le regioni del Sud.
L’investimento per un reale diritto allo studio è prima di tutto una forte scelta politica, una scelta che mira a mettere al centro dei processi sociali ed economici l’apprendimento e la conoscenza. Secondo le stime del Miur del 2014, 212.827 ragazzi delle superiori e 434.805 tra medie e biennio dell’obbligo provengono da famiglie che hanno un reddito disponibile netto inferiore a 15.493 euro annui. Tra questi tanti oggi non riescono più a studiare per diversi fattori, dei quali il più pressante è certamente quello di natura economica. Pertanto chiediamo al governo un piano straordinario per il diritto allo studio e un fondo nazionale che accompagni l’approvazione della Legge Nazionale che è già depositata in Parlamento. La copertura di tale provvedimento necessita di una vera e propria inversione di rotta rispetto alle politiche attuali sull’istruzione, che miri alla centralità del carattere pubblico della formazione a tutti i livelli. Per questo pensiamo e riteniamo opportuno trasferire i circa 500 milioni di euro che ogni anno vanno alle scuole private ai finanziamenti per il diritto allo studio. Ingenti somme possono essere reperite dalle spese militari, molto potrà essere reperito da una seria politica di redistribuzione delle risorse, come, per esempio, parte della reintroduzione della tassa di successione e parte dalle entrare dalla lotta all’evasione fiscale.

Partiamo dal reddito!

Oggi i servizi e le prestazioni erogati per garantire il diritto allo studio oscillano tra una logica assistenzialista, volta a garantire esclusivamente il minimo, e una logica premiale, fondata su stringenti criteri di merito che non tengono assolutamente in considerazione quanto la condizioni sociali ed economiche riescano a determinare il successo o l’insuccesso formativo. L’idea di welfare state e la sua riproduzione nelle politiche sociali non ha superato un paradigma ormai obsoleto, per il quale il momento della formazione è precedente a quello della produzione e viceversa. “Studia e poi troverai lavoro!”: quante volte abbiamo sentito questa frase ormai fuori tempo, anche solo per gli altissimi livelli di disoccupazione odierni.
L’esigenza quindi è quella di individuare strumenti di protezione sociale che rendano concreto un nuovo modello vicino ai reali bisogni di chi studia e lavora, di chi produce saperi e conoscenze.
Oggi vi è un processo in atto di recinzione e elitizzazione dei saperi, riscontrabile nel costo sempre più alto di accesso alle scuole, alla cultura e al governo dei luoghi del sapere secondo logiche meramente economicistiche, quantitative e all’insegna di una produzione di saperi e conoscenze funzionali esclusivamente alle esigenze del mercato. Garantire in primo luogo il libero accesso ai saperi sarebbe il primo passo per fare in modo che la conoscenza sia uno strumento di sviluppo individuale e collettivo allo stesso tempo.
Vogliamo che ogni cittadino abbia la possibilità di poter decidere cosa studiare, dove studiare e quali strade intraprendere in maniera svincolata dal reddito percepito dai genitori.
Il reddito di formazione dovrebbe prevedere, nella sua articolazione, un’erogazione monetaria (reddito diretto) che si accosta alle borse di studio per reddito familiare e un’erogazione di servizi e beni di prima necessità come la casa, la formazione, la salute, la mobilità (reddito indiretto). Se provassimo a fare un confronto tra la situazione dei paesi nei quali è stata introdotta una forma di reddito diretto ed indiretto per gli studenti ci accorgeremmo subito degli effetti positivi che questi provvedimenti hanno avuto sulla mobilità sociale e sul diritto allo studio. Difatti è’ possibile riscontrare in Europa dei modelli specifici per quanto riguarda il reddito per i soggetti in formazione. Ad esempio il modello belga risulta emblematico: il CPAS (Centro Pubblico di Aiuto Sociale) fornisce un sussidio a tutti i maggiorenni che scelgono di vivere al di fuori dell’ambito familiare: presentando un contratto d’affitto, gli studenti percepiscono 415 euro al mese oltre al sussidio familiare di 105 euro, riservato a tutti i maggiorenni, ed un sussidio alimentare di 125 euro. Tale sussidio accompagna lo studente fino all’ingresso del mercato del lavoro.
Parliamo di qualcosa di astratto dunque? Non tanto, si tratta di individuare le priorità. Pensiamo sia un buon investimento per il Paese concepire uno strumento che favorisce la partecipazione e la creatività giovanile, favorendo l’opportunità di formarsi culturalmente aldilà dei luoghi classici della formazione. Uno strumento che non permette di mettersi in gioco soltanto a coloro che sono già all’interno dei canali formativi, ma che potrebbe riportare all’interno di questi ultimi tutti coloro che vanno a ingrossare le fila degli abbandoni scolastici, dei NEET, dei disoccupati e di tutti i soggetti che oggi vivono la precarietà e l’intermittenza come condanna e che vorrebbero potersi formare per garantirsi un maggior ventaglio di opportunità per il proprio futuro.

Le nostre priorità per garantire a tutti eguali opportunità:

1. Approvare la Legge nazionale sul diritto allo studio individuando i Livelli Essenziali delle Prestazioni che le Regioni sono tenute ad erogare in termini di servizi diretti e indiretti a sostegno degli studenti e imponendo alle amministrazioni minimi ineludibili di investimento che tengano conto della totalità dei soggetti aventi diritto. Questi dovrebbero essere:

  • esenzione dalle tasse scolastiche per tutti gli studenti a rischio dispersione;
  • borse di studio da attribuire senza parametri di merito prioritariamente a tutti gli studenti e le studentesse con una soglia ISEE inferiore ai 25000 € annui ;
  • forme di reddito diretto per i soggetti in formazione;
  • ampliamento degli sconti e dei servizi della carta IOSTUDIO;
  • accesso gratuito o agevolato a musei, cinema, teatri, attività sportive, musicali, letterarie, iniziative e beni culturali per tutti gli studenti;
  • tariffe agevolate sui trasporti pubblici;
  • comodato d’uso per i libri di testo;
  • misure per tutelare la multiculturalità e favorire l’integrazione degli immigrati a scuola (es. corsi di alfabetizzazione che li supportino prima, durante e dopo l’ingresso nella comunità scolastica rivolti anche ai genitori, al fine di agevolare le comunicazioni tra le istituzioni scolastiche e le famiglie.)
  • supporto agli studenti portatori di handicap (es. piano di immissione in ruolo dei docenti di sostegno, rimozione di ostacoli di diversa natura, utilizzo strumenti acustici, libri con alfabeto braille etc.);
  • istituzione di Conferenze regionali sul DS, affinché si vigili sull’applicazione delle norme con il coinvolgimento pieno delle parti sociali;
  • Istituzione di sportelli di orientamento ai percorsi formativi;

2. Favorire ed estendere il sistema di life long learning ed educazione permanente degli adulti.
3. Istituzione di una forma di reddito per il reinserimento alla formazione destinato a NEET e disoccupati che necessitano di nuove competenze specifiche per il reinserimento nel mercato del lavoro.
4. Abolizione immediata dell’IVA sui consumi culturali, fondamentali oggi nella formazione dell’individuo e della collettività, tassello fondamentale per valorizzare l’accesso a forme sempre più importanti dei saperi.
5. Approvazione della proposta di legge “Norme per migliorare la qualità dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con altri bisogni educativi speciali” (Atto Camera 2444), sulla formazione iniziale e in servizio dei docenti curricolari sulle didattiche inclusive; favorire la continuità didattica creando appositi ruoli per i docenti per il sostegno; riduzione del numero di alunni per classe e del numero di alunni con disabilità nella stessa classe. Con un finanziamento di 20 milioni di euro annui destinati alla formazione di 400.000 insegnanti curricolari.
6. Istituire un fondo perequativo statale sul diritto allo studio che progressivamente ponga fine alle disparità presenti tra le varie Regioni in termini di finanziamenti e prestazioni erogate e aiuti le Regioni stesse a rispettare i L.E.P.

 


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