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	<title>UDS - Unione Degli Studenti &#187; Diritto allo studio</title>
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	<description>Sindacato Studentesco</description>
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		<title>Nuovo regolamento test d&#8217;ingresso all&#8217;università: i problemi restano gli stessi</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 14:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carmenguarino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella giornata di ieri e&#8217; stato pubblicato il nuovo Decreto Ministeriale n. 449/13 che definisce le modalità di svolgimento delle prove di ammissione per i corsi di laurea a numero [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella giornata di ieri e&#8217; stato pubblicato il nuovo Decreto Ministeriale n. 449/13 che definisce le modalità di svolgimento delle prove di ammissione per i corsi di laurea a numero chiuso e programmato.</p>
<hr id="system-readmore" />
<p>Riteniamo un&#8217;importante conquista lo slittamento ufficiale dei test da luglio a settembre e non possiamo che addebitare questo passo avanti alle pesanti critiche e alle iniziative messe in campo dalle studentesse e dagli studenti in tutta Italia, purtroppo pero&#8217; il decreto è riuscito solo ad ammorbidire il perverso meccanismo dei c.d. &#8220;punti bonus&#8221; senza risolvere il problema.</p>
<p>E&#8217; stata, infatti, superata la ripartizione dei 4, 6, 8, 10 punti e si modificano la base del calcolo dei bonus che verra&#8217; individuata all&#8217;interno delle commissioni dove si sostiene l&#8217;esame e non piu&#8217; sulla base dei voti dell&#8217;intera scuola nell&#8217;anno precedente.<br />
Questo sistema continuerà ad essere foriero di disparità: a parità di voto gli studenti della stessa scuola potrebbero vedersi attribuire dalle diverse commissioni punteggi diversi. Non si limita in questo modo il rischio di ingiustizie, le quali possono essere effettivamente eliminate solo prendendo in considerazione l&#8217;intero percorso formativo, o quanto meno i risultati dell&#8217;ultimo triennio, e non il solo esame di maturita&#8217; che presenta ad oggi innumerevoli criticità.&#8221;</p>
<p>Ci domandiamo inoltre se il termine di soli 4 giorni, previsto dal <a href="http://attiministeriali.miur.it/media/222171/allegati.pdf">punto 12 dell&#8217;Allegato n.2</a> del <a href="http://attiministeriali.miur.it/anno-2013/giugno/dm-12062013.aspx">D.M. 449/13</a>, per formalizzare l&#8217;immatricolazione a seguito della definizione della graduatoria nazionale prevista per il 30 Settembre, non sia troppo esiguo anche e soprattutto a fronte della certa esclusione in caso di ritardo.</p>
<p>Lo stesso problema riguarderà anche l&#8217;accesso ai bandi regionali per il diritto allo studio per le matricole assegnate, tramite il bando nazionale, ad un ateneo differente (indicato come seconda scelta) da quello in cui gli studenti hanno effettuato richiesta per ottenere la borsa di studio. Dalle prime verifiche effettuate, infatti, le agenzie regionali per il diritto allo studio e gli atenei si stanno organizzando in totale autonomia, con procedure differenti da regione a regione, senza garantire quindi nessuna tutela per gli studenti.</p>
<p>Crediamo che le suddette problematiche sono quelle più visibili, ma le disparita&#8217; e difficolta&#8217; logistiche non potranno essere risolte completamente se nonaffrontando con franchezza l&#8217;ingiusto sistema delle barriere all&#8217;accesso e del numero chiuso che rappresenta ad oggi per tante e tanti l&#8217;impossibilità di scegliere liberamente il proprio percorso di studio e di vita.</p>
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		<title>In 3^media è il ceto a decidere che scuola superiore farai.</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2013 18:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carmenguarino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[tratto da www.linkiesta.it Stella (tutti i nomi sono di fantasia ndr) ha 14 anni e siede a un banco della Scuola media Arcadia del Gratosoglio, estrema periferia Sud di Milano. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>tratto da <a href="http://www.linkiesta.it/come-scegliere-la-scuola-superiore">www.linkiesta.it </a></p>
<p>Stella (tutti i nomi sono di fantasia ndr) ha 14 anni e siede a un banco della Scuola media Arcadia del Gratosoglio, estrema periferia Sud di Milano. «L’anno prossimo andrò al liceo scientifico. Mi piacciono matematica e scienza e da grande voglio lavorare come guardia parco, oppure veterinaria». La professoressa di Lettere Rosa Donatacci, che ha coordinato le attività di orientamento della scuola, spiega invece che il consiglio orientativo per Stella, mamma baby sitter a ore e papà impiegato con la licenza media, era diverso. «Noi insegnanti e la mamma di Stella avremmo preferito piuttosto un liceo delle scienze umane all’Agnesi. Stella è brava ma è anche molto empatica, e quella è la stessa scuola frequentata da sua madre».</p>
<p>Nella classe della scuola media del Gratosoglio, su 16 ragazzi presenti, quasi tutti figli di operai, artigiani, casalinghe e commercianti, solo cinque frequenteranno l’anno prossimo lo scientifico, nessuno il classico, tre il linguistico, altri tre un istituto tecnico e cinque una scuola di formazione professionale (Cfp). Luca, figlio di due ingegneri, andrà allo scientifico. Romina, papà idraulico, mamma al lavoro in una mensa, farà il Cfp.</p>
<p>Piazza Ascoli, non troppo distante da Porta Venezia, Milano. Al terzo piano della Scuola Tiepolo, tra i banchi di una delle terze c’è anche Carlo. Ha la stessa età di Stella, ma genitori entrambi architetti con uno studio in proprio. «Carlo», racconta la professoressa di Lettere Silveria Schiavo, «non studia molto, spesso non fa i compiti o dimentica il materiale. Per questo, di fronte alla preferenza dei genitori per un liceo classico, abbiamo piuttosto consigliato un liceo delle scienze umane». E invece, l’anno prossimo Carlo andrà al Parini, lo storico liceo classico milanese. «I miei genitori mi dicono che pone le basi, apre molte strade, dà più sbocchi professionali. Quando loro devono scegliere i tirocinanti preferiscono quelli che hanno fatto il classico o lo scientifico perché hanno più preparazione».</p>
<p>Su 28 ragazzi in aula, quasi tutti figli di professionisti, insegnanti universitari e dirigenti, 23 si divideranno tra classico e scientifico, due hanno scelto il linguistico, solo tre faranno un istituto tecnico, uno il professionale. Caterina ad esempio farà ragioneria. «I suoi genitori hanno una grossa pasticceria, e potrà dare una mano nell’amministrativo», spiega l’insegnante.</p>
<p>A 14 anni i giovani italiani di domani si preparano ad entrare nel terzo ciclo di istruzione scolastica. Finite elementari e medie, devono decidere a quale ciclo di scuola superiore iscriversi. Ed è in questo primo snodo che l’Italia misura la sua capacità di offrire pari opportunità educative agli studenti e fare della scuola un luogo in cui appianare le disparità sociali.</p>
<p>Ma basta entrare in una qualsiasi terza media del centro o una della periferia milanese per accorgersi che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, «il destino scolastico futuro degli alunni viene progressivamente segnato dalle origini sociali, delle quali non portano alcuna responsabilità». È il commento del professor Daniele Checchi, docente di Economia politica dell’Università degli studi di Milano a margine di una delle numerose ricerche dedicate al tema, con cui ha mostrato, tra le altre cose, che gli insegnanti sono i primi a farsi influenzare dalla classe sociale di appartenenza del ragazzo nei consigli orientativi. Il tutto in un sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra loro e dove la scelta della “filiera”, come la definisce Checchi, (generalista, accademica e professionale) avviene tra i 13 e i 14 anni, «un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte».</p>
<p>Nel 2008 ha studiato un campione di studenti lombardi di terza media. E ha analizzato l’influenza di tre fattori sulla scelta della scuola superiore: background familiare, competenze e voti, contesto sociale. Lo ha fatto in tutte e tre le fasi della scelta: il momento dell’orientamento scolastico, la preiscrizione (ora non c’è più) e l’iscrizione definitiva. Si è accorto, ad esempio, che già nella fase di orientamento, «gli insegnanti nel formulare i loro consigli non si limitano ad una valutazione delle risultanze scolastiche oggettive dei ragazzi (come risulterebbe dai voti e dai test attitudinali), ma tengono anche conto della famiglia di provenienza». Cioè, sono gli stessi insegnanti ad essere per primi sensibili «alle pressioni direttamente o indirettamente provenienti dall’ambiente circostante». Del fenomeno, Checci propone due letture. Una positiva, che vede gli insegnanti «preoccupati che le famiglie non riescono fornire il supporto economico necessario a intraprendere carriere più lunghe e rischiose», l’altra, negativa, è che gli insegnanti assecondano troppo le aspirazioni dei genitori.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5677" href="/sito/in-3media-e-il-ceto-a-decidere-che-scuola-superiore-farai/effetto_marginale_istruzione_genitori/"><img class="size-full wp-image-5677 aligncenter" title="effetto_marginale_istruzione_genitori" src="/sito/wp-content/uploads/2013/06/effetto_marginale_istruzione_genitori.png" alt="" width="768" height="862" /></a></p>
<p>Dal grafico «si nota che il figlio di un genitore laureato ha una probabilità nulla di ricevere un orientamento verso la formazione professionale e molto raramente (meno del 10%) una indicazione di un istituto di formazione professionale. È invece possibile l’opposto: il figlio di genitori analfabeti (che sono meno del 2% del campione) ha una probabilità su cinque di ricevere l’indicazione di un liceo».</p>
<p>Valutando il peso delle competenze dei ragazzi nei consigli di orientamento dei professori, Checchi sottolinea come «un buon possesso delle competenze dei ragazzi risulta cruciale nel differenziare la carriera: la probabilità dell’orientamento verso la formazione professionale declina con il crescere delle competenze, mentre si accresce inversamente la probabilità di essere indirizzati verso i licei». Eppure, sottolinea il professore, «anche in questo caso il titolo di studio dei genitori continua a rimanere rilevante».</p>
<p>Al momento della preiscrizione, «notiamo &#8211; spiega Daniele Checchi &#8211; che sia i figli di genitori laureati che i figli di genitori che hanno completato l’obbligo tendono ad essere spinti all’insù, probabilmente per motivazioni differenti: i figli dei genitori con l’obbligo ricevono una pressione legata al desiderio del “riscatto sociale” per una scolarità mancata nella generazione dei genitori; i figli dei genitori laureati invece vengono spinti dall’idea che l’ambiente familiare possa compensare un eventuale scarso risultato scolastico». Ritornando alla Figura 1, è possibile notare come in fase di preiscrizione e di iscrizione, l’effetto familiare «estremizza» le decisioni, «alzando sia la probabilità di scegliere una scuola di formazione professionale che di scegliere un liceo».</p>
<p>«Possiamo quindi parlare di un sistema scolastico efficace nel selezionare gli individui verso le carriere scolastico-lavorative più adeguate alla loro preparazione?», si chiede Checchi. La risposta è negativa. «La scelta di indirizzo degli studenti parte da una allocazione poco oggettiva derivata dall’orientamento degli insegnanti e viene ulteriormente distorta (in senso di rafforzamento della componente familiare) nelle scelte di preiscrizione dei figli». Un destino, quello scolastico, «segnato progressivamente dalle origini sociali, che si riflettono «nella diversa disponibilità ad intraprendere carriere scolastiche più o meno esposte al rischio di fallimento». «La ricerca accademica mostra come la ricchezza familiare continui ad essere un fattore determinante nelle scelte scolastiche, in quanto le famiglie più ricche sono caratterizzate da una minore avversione al rischio».</p>
<p>Il professor Francesco dell’Oro, responsabile del Servizio Orientamento del comune di Milano, offre un dato su tutti. Tra le 584 richieste di aiuto di ragazzini delle scuole superiori ricevute nell’ultimo anno dal suo ufficio, il 56 per cento proveniva dai licei classico e scientifico. Adolescenti desiderosi di cambiare indirizzo scolastico. «O i ragazzi fanno scelte non consapevoli &#8211; commenta Dell’Oro &#8211; oppure i genitori fanno troppe pressioni. Mi accorgo che spesso è vera la seconda, soprattutto quando si tratta di professionisti: ingegneri, medici, i più in difficoltà nell’accettare per i figli un corso di studi diverso dal liceo classico o scientifico e prevenuti addirittura anche verso i licei delle scienze umane».</p>
<p>«Si considerano gli istituti tecnici scuole di serie b. Ed è un paradosso. Perché chi ha un livello culturale medio-alto, dovrebbe avere l’apertura mentale sufficiente a uscire da un sistema di gerarchie scolastiche del tutto opinabile. Anche gli istituti tecnici, se fatti bene, offrono la preparazione necessaria per frequentare l’università».<br />
Piuttosto, precisa il professore, è il tasso di abbandono scolastico a dimostrare le disuguaglianze di opportunità educative che ancora permangono nella scuola italiana. E a mostrare che la scuola, per come è fatta, non funziona. Dell’Oro cita il rapporto Noi Italia 2013 dell’Istat, dove emerge che il 18,2 per cento dei 18-24enni ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore, contro il 13,5 per cento dei paesi Ue (il dato si riferisce al 2013).</p>
<p>Sempre secondo l’Istat, Annuario statistico italiano 2012, a conclusione del secondo ciclo di istruzione, il 97,9 per cento degli studenti ammessi a sostenere l’esame di Stato consegue il diploma di istruzione secondaria superiore nel 2010. Ma la riuscita all’esame di Stato è più elevata tra gli studenti dei licei classici e scientiﬁci (99,1 e 99,0 per cento), mentre è più bassa tra gli studenti dei licei linguistici (95,2 per cento), degli istituti tecnici (97,0 per cento) e degli istituti professionali (97,1 per cento).</p>
<p>«La scuola non deve essere pensata solo per i più bravi», incalza Dell’Oro, «deve riuscire ad accompagnare fino alla fine del percorso anche i mediocri. Ma il nostro sistema, così imbrigliato in una rigida divisione delle materie, non aiuta i ragazzi a scoprire passioni e capacità. Per questo servirebbe almeno un intero anno orientativo, in cui ciascuno si metta alla prova in più materie, per scoprire con maggiore autonomia dai genitori il percorso più adatto. Altrimenti, alle superiori continueremo a registrare un forte disagio scolastico», chiude Dell’Oro.</p>
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		<title>Sempre meno diplomati all&#039;università: nel 2012 il record negativo con il 57,7%</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 11:48:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danilolampis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da repubblica.it &#8211; Ancora in calo il numero degli studenti che non proseguono gli studi dopo il diploma di scuola superiore. Una situazione che rischia di rendere ancora meno competitivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5454" title="diplomati" src="/sito/wp-content/uploads/2013/04/diplomati.jpg" alt="" width="300" height="215" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">da repubblica.it &#8211; Ancora in calo il numero degli studenti che non proseguono gli studi dopo il diploma di scuola superiore. Una situazione che rischia di rendere ancora meno competitivo il nostro paese sui mercati internazionali. Dopo l&#8217;allarme lanciato lo scorso mese di gennaio dalla Crui (la Conferenza dei rettori) che denunciava il pericoloso calo di immatricolati registratosi nel 2011 all&#8217;università, la situazione si è ulteriormente aggravata nel 2012. Basta incrociare i dati forniti dal ministero dell&#8217;Istruzione sui diplomati della scorsa estate e su coloro che si sono successivamente immatricolati all&#8217;università per comprendere che il fascino della laurea sembra definitivamente tramontato. E nel 2012 l&#8217;Italia tocca il record negativo del </span><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">tasso di passaggio dalla scuola all&#8217;università degli ultimi trent&#8217;anni. Tasse eccessivamente alte e famiglie in difficoltà per via della crisi? O semplice perdita di appeal del titolo di studio che una volta garantiva un lavoro certo e permetteva ai giovani di non trasferirsi dall&#8217;altra parte del globo per trovare un impiego? Sta di fatto che mai come nel 2012 il numero di studenti che, dopo la maturità, ha preferito dire basta alla formazione è stato così alto. Scorrendo i dati si scopre che nel 1982/1983 oltre sette giovani diplomati su dieci proseguirono gli studi all&#8217;università. E che 1991/1992 in Italia si toccò il record di passaggi dalla scuola all&#8217;università: 79,9 per cento. Dopo un periodo di dati oscillanti, dal 2002/2003 è iniziato un trend negativo che porta al record di oggi. Nell&#8217;anno 2012/2013 soltanto il 57,7 per cento dei giovani che si sono diplomati ha proseguito gli studi all&#8217;università. In termini assoluti, nonostante le diverse riforme che avrebbero dovuto snellire e rilanciare l&#8217;università italiana &#8211; che avrebbe dovuto fare da volano all&#8217;economia &#8211; il sistema universitario nazionale ha perso quasi 100mila immatricolati: 94mila per l&#8217;esattezza. L&#8217;Italia è il Paese europeo con il minor numero di laureati nella popolazione di età compresa fra i 30 e i 34 anni. Con il suo 19,8 per cento è superata soltanto da Romania e Turchia. La Germania sfiora il 30 per cento mentre la Francia ha già oltrepassato il 43 per cento. La Commissione europea ha fissato per i Paesi dell&#8217;Unione il raggiungimento entro il 2020 del 40 per cento con un obiettivo differenziato per l&#8217;Italia del 26/27 per cento. Ma crisi e disoccupazione galoppante, soprattutto a carico dei giovani, rischiano di far perdere al nostro Paese anche questo treno. Del resto, tutti gli organismi internazionali &#8211; economici e no &#8211; che si occupano di sistemi di istruzione certificano i benefici sul sistema economico e sociale dei vari Paesi dell&#8217;aumento del livello di istruzione della popolazione. E l&#8217;Italia, oltre ad avere uno dei livelli più bassi di laureati, è anche uno dei pochi Paesi che ha ridotto drasticamente gli investimenti in istruzione negli ultimi dieci anni, stanziando pochissimo anche in ricerca e sviluppo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">di Salvo Intravaia</span></p>
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		<title>BARI &#8211; Approvato il comodato d&#039;uso per i libri</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 11:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[BARI &#8211; Abbiamo vinto una battaglia storica: la Giunta Comunale (qui la delibera) ha approvato per l&#8217;a.s. 2013/14 il comodato d&#8217;uso gratuito dei libri di testo per gli studenti frequentanti [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">BARI &#8211; Abbiamo vinto una battaglia storica: la Giunta Comunale (<a href="https://docs.google.com/file/d/0B6daN_PPRFI-TFRmSFR0UTg3ZVU/edit">qui la delibera</a>) ha approvato per l&#8217;a.s. 2013/14 il comodato d&#8217;uso gratuito dei libri di testo per gli studenti frequentanti le scuole superiori a Bari. </span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Oggi uno studente di primo superiore spende dai 400 ai 700 euro solo per l&#8217;acquisto dei libri scolastici, una somma alla quale va aggiunta quella necessaria per tutto il restante materiale scolastico: il caro-libri è infatti una d</span><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">elle principali barriere fra gli studenti e l&#8217;accesso ai saperi. </span> <img class="alignleft size-medium wp-image-5444" title="dirittoallostudio" src="/sito/wp-content/uploads/2013/04/dirittoallostudio-300x109.gif" alt="" width="300" height="109" /> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Nel corso degli ultimi anni, i limiti di spesa sono stati costantemente aumentati, rendendo spesso impossibile per gli studenti acquistare i libri di testo; i tagli sempre più pesanti e i finanziamenti sempre più bassi hanno impedito alle scuole di poter mettere in pratica misure per contrastare tale situazione.</span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Come Unione degli Studenti, organizziamo da anni mercatini del libro usato: in questo modo la spesa viene dimezzata, ma abbiamo sempre sostenuto che non potesse essere questa la soluzione definitiva, che le istituzioni dovessero intervenire.</span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">La soluzione che proponevamo e che abbiamo oggi ottenuto è quella del comodato d&#8217;uso gratuito: è la scuola ad acquistare i libri di testo e a “prestarli” allo studente, che dovrà poi riconsegnarli alla fine dell&#8217;anno scolastico. </span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Gli stessi libri, l&#8217;anno successivo, arriveranno ad altri studenti: in questo modo non c&#8217;è solo un risparmio economico rilevante, ma anche meno spreco di carta, e, fra l&#8217;altro, l&#8217;abbattimento della logica individualista a favore di una visione più collettiva della scuola tutta, che passa anche dal semplice libro.</span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Il comodato d&#8217;uso è “solo una parte di quello che ci spetta”, una prima vittoria verso il totale abbattimento delle barriere per l&#8217;accesso al mondo della formazione, per un diritto allo studio reale, per una scuola davvero pubblica e aperta a tutti.</span> <span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Unione degli Studenti Bari</span></p>
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		<title>Bologna: il referendum sui finanziamenti alla scuola spaventa i partiti</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 12:38:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danilolampis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da Il fatto quotidiano Una società post-democratica, scriveva nel 2004 Colin Crouch, è una società che continua ad avere e a utilizzare tutte le istituzioni democratiche, nonostante esse diventino nel [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>da Il fatto quotidiano</p>
<p>Una società post-democratica, scriveva nel 2004 Colin Crouch, è una società che continua ad avere e a utilizzare tutte le istituzioni democratiche, nonostante esse diventino nel tempo poco più che contenitori formali. “A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici” (5). Nel tempo la post-democrazia si traduce in un processo di commercializzazione della cittadinanza in cui i diritti vengono messi sul mercato. Un destino inevitabile, dunque? No, “fintanto che la fornitura dell’istruzione, dei servizi sanitari e degli altri servizi tipici del welfare state non saranno subappaltati a estese catene di fornitori privati” (116).</p>
<p>Da più parti, in questi giorni, risuonano le parole di Colin Crouch: la trasformazione della politica in un processo amministrativo decentrato, del processo politico in un sondaggio d’opinione, e la privatizzazione del sistema pubblico richiamano in modo inquietante i più recenti dibattiti post-elettorali. Eppure, se al momento dell’uscita del suo libro Crouch aveva definito l’Italia come il simbolo stesso della post-democrazia, questo non è solo per la proliferazione di specialisti, tecnici o pessimi persuasori, ma per i processi di democrazia diretta. Penso al referendum contro la privatizzazione dell’acqua, ma anche al referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle scuole private previsto a Bologna per il 26 maggio 2013.</p>
<p>La campagna referendaria organizzata dal Comitato Articolo 33 è appena iniziata, accompagnata da un alto numero di firme: da Rodotà a Landini, da Settis a Gallino. La storia del referendum è presto detta: a partire dalla legge sulla parità scolastica, i finanziamenti alle scuole private sono cresciuti di anno in anno sino a superare nella sola Bologna il milione di euro. Di converso, è cresciuto ogni anno il numero di bambini esclusi dalle scuole d’infanzia comunali e statali, arrivando a giugno del 2012 a 423 bambini in lista d’attesa. La stessa cosa è avvenuta sul piano nazionale, dalla scuola all’università, dove i tagli al finanziamento pubblico hanno significato sempre più spesso numero chiuso ed esclusione. Lo scopo del referendum è semplice: chiedere alla cittadinanza dove preferisca allocare i finanziamenti pubblici. La soluzione temporanea per le famiglie, invece, è una sola: iscrivere i figli esclusi a una scuola privata.</p>
<p>C’è uno squisito paradosso, in tutto questo. Il principio che sostiene il finanziamento alle paritarie, infatti, è la “libertà di scelta”, principio che mette d’accordo tanto i sostenitori della teoria neoliberale quanto quelli della sussidiarietà. Però, ironia vuole che non solo l’allocazione dei fondi pubblici alle scuole private abbia dissestato, negli anni, l’istruzione pubblica- si pensi a quanto è avvenuto negli Stati Uniti con la No Child Left Behind &#8211; ma che, nel nome della libertà di scelta, i genitori siano oggi spesso obbligati a iscrivere i loro figli a scuole confessionali (25 su 27 a Bologna), a prescindere dalla volontà dei genitori – altro che libertà di scelta. Al cuore del referendum, pertanto, non c’è solo il problema dell’esclusione, bensì il tema dei saperi, un tema che siede al cuore della post-democrazia.</p>
<p>La forte critica alla concezione liberale-elitista della democrazia di Crouch vede nella privatizzazione dell’istruzione un nodo nevralgico. Qui non si tratta solo di libertà d’accesso, bensì di produzione di saperi e di condotte, il principio per cui, volendo citare Freire: “l’educazione può [...] portare al conformismo; oppure diventare pratica di libertà”. Oltre al Comitato Articolo 33, pertanto, Bologna osserva in questi giorni grande fervore da parte degli intellettuali cattolici e del sindaco Merola, tutti a favore del sistema integrato. Tra le ragioni di tale difesa si legge curiosamente, non senza una certa sorpresa, proprio la laicità, e il giovamento che tutta la città, la civitas bolognese, trarrebbe dal sistema paritario privato. Ora, risponderebbe Crouch, il problema è proprio questo. Nella post-democrazia, infatti, il richiamo alla civitas è calato dall’alto, spesso in modo strumentale, nel tentativo di produrre parvenze di rappresentanza e legittimità che non esistono più. Di fatto Bologna è divisa: mentre il sindaco Merola, la Curia, la Fism il Pd e il Pdl difendono la scuola paritaria privata, movimenti, intellettuali e cittadini dicono tutt’altro. È evidente che la posta in gioco supera la città di Bologna e chiama in causa le politiche dell’istruzione nel loro insieme, il sistema che per anni, dietro al concetto di sussidiarietà, ha pacificato i privati, la Curia e i partiti. Il “rischio” è che il comitato referendario metta in discussione in ogni città le politiche dell’istruzione e l’allocazione dei finanziamenti pubblici. Che dire – sarebbe l’unico scenario sensato, nella post-democrazia.</p>
<p><a href="http://referendum.articolo33.org/firma-lappello/">per firmare l&#8217;appello del Comitato Articolo 33 clicca qui</a></p>
<p>Francesca Coin</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Italia fanalino di coda sulla spesa in scuola e cultura</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 10:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da ansa.it &#8211; L&#8217;Italia è all&#8217;ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell&#8217;Ue a 27) e al penultimo posto, seguita [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">da ansa.it &#8211; L&#8217;Italia è all&#8217;ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell&#8217;Ue a 27) e al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l&#8217;8,5% a fronte del 10,9% dell&#8217;Ue a 27). E&#8217; quanto emerge da uno studio pubblicato da Eurostat che compara la spesa pubblica nel 2011.</span></p>
<p><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva;">Secondo l&#8217;Istituto di statistica europeo in Italia è più alta la percentuale di spesa per i servizi pubblici generali (che comprendono gli interessi sul debito pubblico) con il 17,3% a fronte del 13,5% medio dell&#8217;Ue a 27 (in Grecia questa voce pesa per il 24,6% su tutta la spesa pubblica). La spesa per protezione sociale in Italia è invece ancora superiore a quella Ue a 27 con il 41% della spesa pubblica complessiva a fronte del 39,9%. La protezione sociale nel nostro Paese resta però sbilanciata su quella per le pensioni mentre arranca la<a rel="attachment wp-att-5301" href="/sito/italia-fanalino-coda-spesa-scuola-cultura/study/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5301" title="study" src="/sito/wp-content/uploads/2013/04/study-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a> spesa per coloro che perdono il lavoro, per la casa e l&#8217;esclusione sociale. L&#8217;Italia spende il 3% della sua spesa pubblica per la difesa (in linea con l&#8217;Ue a 27) e il 4% per l&#8217;ordine pubblico (3,9% la media europea). Per la sanità pubblica il nostro Paese spende leggermente meno della media Ue a 27 (il 14,7% contro il 14,9%). Nel complesso, scrive Eurostat, la spesa pubblica complessiva nel 2011 è stata pari al 49,1% del Pil. Tra il 2010 e il 2011 la spesa è diminuita per tutte le voci ad eccezione dei servizi pubblici generali cresciuti di molto a causa del peso degli interessi. Nel complesso protezione sociale e sanità concentrano quasi il 55% del totale della spesa pubblica. Se si guarda al Pil la spesa per sanità e protezione sociale è rimasta stabile al 25% del Pil dal 2002 al 2008 per poi saltare al 27,6% nel 2009 (a causa del calo del reddito). Nel 2011 era al 26,9% in calo rispetto al 27,4% del 2010. In Italia la percentuale sul Pil della spesa per sanità e protezione sociale é passata dal 23,9% del 2002 al 29,9% con un aumento di quattro punti percentuali. La percentuale è inferiore alla Francia (32,2%) ma superiore alla Germania (26,6%). Per la sola protezione sociale l&#8217;Italia ha speso nel 2011 il 20,5% del Pil (19,6% la media Ue a 27, il 20,2% l&#8217;Ue a 17) pari a 5.322 euro per abitante. In Danimarca per la protezione sociale si spende il 25,2% del Pil pari, grazie a un pil pro capite più alto, a 10.892 euro per abitante. In Germania, sempre per la protezione sociale, si spende il 19,6% del Pil, pari a 6.215 euro per abitante. In Francia si spende il 23,9% del PIl con 7.306 euro per abitante. Se invece si guarda solo alla cultura l&#8217;Italia con il suo 1,1% di spesa pubblica dedicata a questa voce è superata dalla Grecia (1,2%) e da tutti gli altri Paesi dell&#8217;Ue a 27 con la Germania all&#8217;1,8%, la Francia al 2,5% e il Regno Unito al 2,1%.</span></p>
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		<title>Profumo firma un nuovo decreto sui libri scolastici: le novità e i nodi irrisolti</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 13:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danilolampis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giovedì 21 marzo è stato firmato dal Ministro Profumo un decreto in materia di adozioni dei libri di testo. Quali sono le novità centrali? I Collegi Docenti dovranno adottare, dall&#8217;anno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì 21 marzo è stato firmato dal Ministro Profumo un decreto in materia di adozioni dei libri di testo. Quali sono le novità centrali?</p>
<ol>
<li>I Collegi Docenti dovranno adottare, dall&#8217;anno scolastico 2014/2015, solo libri in versione digitale o mista. L’innovazione riguarderà le classi prima e quarta della scuola primaria, la classe prima della scuola secondaria di I grado, la prima e la terza classe della secondaria di II grado. Rispetto a queste ultime due, per l&#8217;anno scolastico 2014/2015 e 2015/2016, i Collegi dei Docenti potranno continuare ad utilizzare le adozioni dei testi già in uso.</li>
<li>Sono riconfermati per l&#8217;anno scolastico 2014/2015 i prezzi di copertina dei libri di testo della scuola primaria, con probabili incrementi in relazione all&#8217;inflazione del 2014.</li>
<li>I tetti di spesa dei libri di testo (ossia il limite massimo di costo complessivo dei libri di cui ogni Collegio dei Docenti deve tener conto) diminuiscono in questo modo:</li>
</ol>
<ul>
<li>del 30% nel caso in cui l&#8217;intera dotazione libraria sia composta esclusivamente da libri in versione digitale;</li>
<li>del 20% in tutti gli altri casi;</li>
</ul>
<p>I nuovi tetti si applicano per le adozioni dei libri della prima classe della scuola secondaria di I grado e della prima e della terza classe della secondaria di II grado. Per le rimanenti classi restano validi i limiti già definiti per le adozioni relative all’anno scolastico 2013/2014.</p>
<p>Nel comunicato stampa del Miur si assicura inoltre che “la consultazione dei testi digitali sarà resa possibile attraverso una piattaforma che il Ministero metterà a disposizione degli istituti scolastici e degli editori, affinché i docenti possano consultare e scaricare on line la demo illustrativa dei libri di testo in versione mista e digitale, ai fini della loro successiva adozione. In ogni caso, al fine di assicurare la gradualità del processo di innovazione, anche a tutela dei diritti patrimoniali dell’autore e dell’editore, solo per le prima e terza classe della secondaria di II grado il Collegio dei docenti potrà eventualmente confermare le adozioni dei testi già in uso. Una deroga valida però solo per i due anni successivi all’introduzione dei libri digitali, cioè gli anni scolastici 2014/2015 e 2015/2016.”</p>
<p>L&#8217;intero processo che viene delineato nel decreto verrà seguito dall’INDIRE che attiverà azioni di monitoraggio continuo sia dell’andamento della adozioni dei libri in versione mista e digitale, sia delle proposte di integrazione, sviluppate dal mercato, tra supporti tecnologici destinati agli studenti (tablet, PC/portatili), soluzioni di connettività (fibra, satellite, WiFi), e libri di testo e connessioni digitali.</p>
<p>I NODI IRRISOLTI<br />
L&#8217;articolo 6 del decreto afferma che le disposizioni di quest&#8217;ultimo saranno effettive a partire dall&#8217;anno scolastico 2014/2015. Tuttavia rimangono irrisolti tanti problemi. Innanzitutto, nonostante nel comunicato stampa vi sia scritto che i risparmi ottenuti dalla digitalizzazione saranno utilizzati per dotare gli studenti di tablet, PC/portatili, resta il dubbio di quanto possa venir rispettato tale proposito. Innanzitutto bisogna tener presente il problema del “digital divide” che non permette a tutti gli studenti di poter accedere liberamente ai contenuti extra da scaricare o perché a casa non hanno il pc, o semplicemente per la lentezza della connessione. In secondo luogo è nota la mancanza di formazione da parte del corpo docente nell&#8217;utilizzo dei tablet, un deficit che si riflette chiaramente anche sugli studenti. In ogni caso una cosa è certa: per avviare la digitalizzazione servono finanziamenti e un ripensamento complessivo dei programmi didattici e delle metodologie di insegnamento. Non è pensabile che il costo dei tablet e pc portatili debba ricadere sulle famiglie e purtroppo non ci stupirebbe che ciò avvenisse, soprattutto se ricordiamo le dichiarazione di Profumo che diceva: “è ormai un&#8217;utopia pensare che la scuola possa fornire tutto”. Rispetto a questo discorso è emblematico il Rapporto &#8220;Review of the Italian Strategy for Digital Schools&#8221; dell&#8217;Ocse che delinea un quadro allarmante: 6 Pc ogni 100 studenti (13.650 in tutto), contro i 16 europei e il 6% delle scuole altamente digitalizzate (nel 2012) contro il 37% del resto d&#8217;Europa. Inoltre il budget che lo Stato destina per la digitalizzazione di ogni studente è pari a soli cinque euro e allo 0,31% dell&#8217;intero budget del Miur, mentre solo il 21,6% delle aule è attualmente dotato delle cosiddette &#8216;Lim&#8217;, le lavagne interattive multimediali. L&#8217;Ocse invita per tanto ad accelerare soprattutto sugli investimenti pubblici, perché di questo passo ci metteremo 15 anni per raggiungere i livelli della Gran Bretagna.  Insomma, senza investimenti pubblici si rischia solamente di creare danni e di aggiungere nuove spese alle famiglie andando a ledere per l&#8217;ennesima volta il diritto allo studio.</p>
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		<title>IL 15 APRILE PARTE IL REFERENDUM NAZIONALE STUDENTESCO. VOTA E DECIDI IL TUO FUTURO!</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 14:48:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danilolampis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nello stallo politico che stiamo vivendo, caratterizzato da dibattiti politicisti sulle alleanze e scambi di accuse conditi da sparate demagogiche che nulla hanno a che vedere con il disagio sociale [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nello stallo politico che stiamo vivendo, caratterizzato da dibattiti politicisti sulle alleanze e scambi di accuse conditi da sparate demagogiche che nulla hanno a che vedere con il disagio sociale e le istanze dei movimenti che hanno attraversato il Paese negli scorsi anni, abbiamo deciso che è ora di riprenderci la parola. Non c&#8217;è più tempo per aspettare, bisogna riattivare i meccanismi democratici e la partecipazione politica dal basso. Abbiamo individuato 7 temi sui quali si potranno esprimere, in un grande processo politico reale, le studentesse e gli studenti di questo Paese: diritti e futuro, autonomia e democrazia, reddito di formazione, diritto allo studio, stage e tirocini, accesso all&#8217;università, valutazione (AVA e Invalsi). Dal 15 al 25 Aprile in centinaia di scuole e università italiane, nonché sul sito <a href="http://referendumstudentesco.it/" target="_blank">referendumstudentesco.it</a>, sarà possibile esprimere un&#8217;opinione sulle questioni prioritarie per il nostro futuro di studenti e cittadini. Per quanto riguarda le scuole, questa è anche l&#8217;occasione di riscoprire una norma spesso dimenticata, l&#8217;articolo 2 comma 5 dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti, che prevede il diritto alla consultazione degli studenti delle scuole superiori. Alzare la voce gridando che non c&#8217;è più tempo, sperimentare nuove forme di partecipazione democratica e informata alla vita di scuole e università, e della società in generale, è oggi l&#8217;unica vera arma in mano alle studentesse e agli studenti di questo Paese per riaprire il dibattito sui saperi come vettore di emancipazione, su scuola e università come motori del cambiamento che vogliamo vedere nella società, sul diritto allo studio come diritto di cittadinanza.</p>
<div>Partecipa anche tu! Porta il referendum nella tua scuola o nella tua università: scopri come su <a href="http://www.referendumstudentesco.it/index.php/come-partecipare/" target="_blank">www.referendumstudentesco.it/index.php/come-partecipare/</a></div>
<p><a rel="attachment wp-att-5262" href="/sito/il-15-aprile-parte-il-referendum-nazionale-studentesco-vota-e-decidi-il-tuo-futuro/orizzontale-2/"><img class="alignleft size-large wp-image-5262" title="orizzontale" src="/sito/wp-content/uploads/2013/04/orizzontale1-600x424.png" alt="" width="600" height="424" /></a></p>
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		<title>Abbandono scolastico: dati allarmanti e consistente divario Nord-Sud</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 13:19:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danilolampis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da un&#8217;indagine Ocse-Pisa, avviata da un progetto su &#8220;abbandono scolastico e bullismo: quali rischi tra i giovani?&#8221;, si evincono una serie di dati allarmanti riguardanti l’abbandono scolastico, la disoccupazione giovanile e le competenze scolastiche [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><strong>Da un&#8217;indagine Ocse-Pisa, avviata da un progetto su &#8220;abbandono scolastico e bullismo: quali rischi tra i giovani?&#8221;, si evincono una serie di dati allarmanti riguardanti l’abbandono scolastico</strong><strong>, la disoccupazione giovanile e le competenze scolastiche acquisite nelle regioni del sud</strong>. Mentre al nord le cifre dei giovani disoccupati si attestano tra il 10 e il 20 %, al sud la media si attesta al 31,9%. Le cifre degli abbandoni scolastici al primo anno delle superiori confermano ulteriormente il divario nord-sud: in Campania la percentuale è del 13,8%, in Sicilia del 14,6% mentre la media nazionale si attesta all&#8217;11,9%. Se si tiene conto dell&#8217;intero quinquennio, in Italia si ha una media del 26% degli studenti che non arrivano alla maturità, con percentuali maggiori al sud ed in generale negli istituti tecnici. Infine, sempre secondo l&#8217;indagine, nel nostro paese il livello delle competenze rimane assai basso con percentuali altissime al sud e ancor di più nelle isole.</div>
<div><strong>I dati dell&#8217;indagine Ocse-Pisa mettono in luce ancora una volta le inefficienze del nostro sistema di diritto allo studio.</strong> <strong>L&#8217;abbandono scolastico è la cartina al tornasole di un sistema di diritto allo studio che non garantisce veramente la possibilità a tutte e tutti di poter studiare indipendentemente dalle condizioni socio-economiche di partenza. </strong>Nel nostro paese vi sono 20 leggi regionali sul diritto allo studio diverse, alcune all&#8217;avanguardia, con borse di studio finanziate, comodato d&#8217;uso per i libri di testo e forme di agevolazione per i consumi culturali, e altre datate, con scarse prestazioni erogate e poco finanziate.</div>
<div>Da anni rivendichiamo<strong> la necessità di una Legge Nazionale sul Diritto allo Studio che ponga fine alle disparità che permangono tra le regioni e che imponga i L.E.P. (Livelli Essenziali di Prestazione) che dovrebbero essere rispettati in ogni legge regionale.</strong> Abbiamo bisogno di leggi che garantiscano borse di studio, reddito diretto ed indiretto per gli studenti, agevolazioni sui consumi culturali, gratuità dei trasporti, comodato d&#8217;uso per i libri di testo, fondi per la progettualità, misure per incentivare la formazione permanente. Garantire il diritto allo studio significa combattere la dispersione scolastica, l&#8217;esclusione sociale e la criminalità. I dati dell&#8217;indagine Ocse-Pisa rappresentano una sconfitta scottante per il nostro paese ed è assurdo che il dibattito politico non dia risposte adeguate a tali priorità.</div>
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		<title>NOVARA &#8211; Studenti denunciano il contributo volontario</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 16:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carmenguarino</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il contributo scolastico che ogni anno viene fatto pagare agli studenti non è altro che una tassa facoltativa che dovrebbe essere utilizzata dalle scuole per migliorare l&#8217;edilizia scolastica e l&#8217;innovazione tecnologica. Le uniche tasse che lo studente è obbligato a pagare sono: Tassa di iscrizione (6,04€), Tassa di frequenza (15,13€), Tassa di Diploma (15,03€). Ai sensi del Decreto legislativo 16 Aprile 1994, n. 297, art. 200, inoltre, l’esonero dal pagamento delle tasse scolastiche può essere consentito per merito, per motivi economici, e per appartenenza a speciali categorie di beneficiari. Questi tipi di esonero valgono per tutte le tasse scolastiche ad eccezione della sola tassa di diploma. Anche gli studenti iscritti al primo, secondo e terzo anno, sono esenti dal dover pagare le tasse erariali, in base al diritto dovere all&#8217;istruzione e alla formazione personale.</p>
<p>Non è però quello che avviene a Novara e in Provincia, nonchè in centinaia e centianai di scuole in tutta Italia. Abbiamo contattato, nella nostra provincia, gli studenti e i rappresentanti di numerosi istituti, ed in pochissimi di essi, solamente dopo una sollecitazione da parte degli studenti, viene specificato che questo contributo è facoltativo. Non si tratta quindi di casi isolati, bensì della normalità. In tutte le altre scuole ciò viene omesso, anzi, in molti casi, se uno studente si dimentica di pagare, viene convocato in segreteria, ed esortato al pagamento. Capiamo la situazione disastrosa in cui si trovano i nostri istituti, e sappiamo benissimo che spesso i presidi fanno tutto ciò per coprire i buchi di bilancio lasciati dallo Stato, ma consideriamo questo atteggiamento assolutamente ingiusto. In primo luogo perchè questa tassa non rispetta il principio di progressività, facendo pagare la stessa cifra al genitore disoccupato e a quello agiato economicamente.</p>
<p>Oltre a truffare gli studenti spacciando per obbligatoria una tassa che non lo è  (lo stesso MIUR ha specificato la non obbligatorietà del contributo), gli istituti utilizzano i soldi per la normale amministrazione, e non per l&#8217;innovazione tecnologica e l&#8217;edilizia scolastica. Si continuano così ad avere istituti che cadono a pezzi (è già successo infatti che in alcune scuole novaresi cadessero pezzi di cornicione, per fortuna non provocando vittime) e con laboratori, che dovrebbero preparare lo studente al mondo lavorativo, spesso obsoleti. Siamo convinti che la scuola pubblica vada finanziata attraverso una fiscalità generale fortemente progressiva, la via che si è scelto di imboccare è però quella della privatizzazione: da un lato, con la legge ex Aprea, si prova ad aprire le scuole ai finanziamenti di enti e fondazioni private dall&#8217;altro con il &#8220;contributo volontario&#8221; che a volte sfiora e supera le centinaia di euro, sono già adesso i genitori a pagare di tasca propria la scuola pubblica, a prescindere dalle proprie possibilità economiche.  Rivendichiamo una scuola veramente pubblica e di qualità, che il diritto allo studio venga garantito a tutte e atutti:  i dirigenti scolastici smettano di attuare questa pratica illecita circa i contributi volontari.<br />
Collettivo Studenti Novara e Provincia</p>
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