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Perché salire sui banchi di scuola? 09/24/14

Da qualche giorno a questa parte girano sui social netowork foto di studenti in piedi sui banchi di scuola. Apparentemente si potrebbe ricondurre il gesto alla tipica goliardia adolescenziale, ma ...


Da qualche giorno a questa parte girano sui social netowork foto di studenti in piedi sui banchi di scuola. Apparentemente si potrebbe ricondurre il gesto alla tipica goliardia adolescenziale, ma in realtà si tratta di una foto nomination promossa dall’Unione degli studenti in avvicinamento alla data di mobilitazione studentesca del 10 ottobre. Gli appassionati di cinema coglieranno facilmente i riferimenti alla scena del film “L’attimo fuggente” in cui l’illuminato professor Keating invita i propri alunni a salire su una cattedra, sperimentare nuove angolazioni da cui osservare il mondo e non avere timore di considerare la realtà dal proprio punto di vista.

Salire sui banchi per chi trascorre un’infinità di ore della propria vita a dovercisi nascondere dietro è già di per sè un gesto profondamente significativo. È per questo che abbiamo scelto di accompagnarlo all’hashtag #entrainscena, che per noi studenti, categoria sociale relegata ai margini del dibattito pubblico, significa anzitutto avere il coraggio di riprenderci nella vita quotidiana, fuori e dentro le nostre aule, il protagonismo che ci è stato negato.

Saliamo sui banchi perché da anni assistiamo a una drastica diminuzione degli investimenti pubblici sull’istruzione, che insieme al welfare riteniamo essere la via d’uscita da un futuro di precarietà e subalternità che ci viene imposto. Siamo un Paese con un tasso di abbandono scolastico altissimo in cui di giorno in giorno le disuguaglianze sociali si acuiscono e aumenta pericolosamente il numero di persone che non studiano nè lavorano.

Saliamo sui banchi perché non siamo disposti ad accettare passivamente le disposizioni del Piano Scuola del Governo, in quanto riteniamo inaccettabile che le uniche risposte alla disoccupazione giovanile secondo la riforma Renzi-Giannini siano l’appiattimento delle scuole alle richieste di un mercato del lavoro precario, la subalternità agli interessi dei privati, l’esclusione della componente studentesca dai processi decisionali, il conferimento di ulteriori poteri ai dirigenti scolastici e l’imperversare delle logiche di premialità e di competitività. Siamo consapevoli che lo strumento della consultazione non è sufficiente dal momento che la stessa ministra Giannini ha dichiarato riferendosi al Piano Scuola: “I cardini del progetto di riforma sono quelli e quelli restano”, facendoci dubitare della democraticità stessa della consultazione. Non ci accontentiamo di essere chiamati a rispondere per soli due mesi a temi calati dall’alto. Esigiamo processi di partecipazione reali e duraturi, che tengano conto delle rivendicazioni che abbiamo avanzato in anni di mobilitazioni e siamo pronti a continuare a costruire il nostro progetto di scuola classe dopo classe, assemblea dopo assemblea, piazza dopo piazza. Una buona scuola può essere definita tale solo se favorisce il protagonismo reale degli studenti ed educa alla cooperazione, anziché alla competizione.

Saliamo sui banchi perché se pensiamo a cosa significa per noi l’espressione “buona scuola” ci viene in mente anzitutto una scuola a cui possono accedere tutti, indipendentemente dalla nazionalità, dal sesso, dall’orientamento sessuale e religioso, dalla situazione socioeconomica di partenza. Sappiamo che questa nostra idea di “buona scuola” non potrà realizzarsi fino a quando le differenze non verranno viste come un elemento da includere e fino a quando non si impedirà alle grandi imprese di fare della scuola un settore da cui trarne profitto. Allo stesso tempo, non si può più delegare il sostentamento dei singoli istituti agli investimenti privati delle famiglie, già vessate dalle inaccettabili spese che devono sostenere per garantire ai propri figli di poter studiare e formarsi. Vogliamo una scuola a costo zero che ci renda indipendenti. In Italia circa il 12,6% delle famiglie è sotto il tasso di povertà e investimenti strutturali sul diritto allo studio e l’istituzione di un reddito di formazione, svincolato da criteri di merito, sono passi imprescindibili per l’emancipazione effettiva dalle nostre condizioni socio-economiche di partenza.

Saliamo sui banchi di tutte le scuole, siano esse licei, istituti tecnici o istituti professionali, perché non siamo complici di chi da anni opera affinché la scelta dell’indirizzo di studi significhi scegliere tra una formazione di alto o basso livello e perché l’alternanza scuola-lavoro, maggiormente diffusa negli istituti tecnici e professionali, assuma valore pedagogico. Chiediamo che la misura dell’apprendistato non sia più alternativa alla scuola dell’obbligo, nel momento in cui ad oggi si configura come lavoro minorile a tutti gli effetti, e che venga introdotto uno “Statuto degli studenti in stage” che garantisca tutele didattiche, lavorative e assicurative.

Saliamo sui banchi perché vogliamo essere protagonisti del ripensamento della didattica, a cominciare dall’individuazione di pratiche alternative alla lezione frontale, che è alla base dell’unidirezionalità dello scambio delle conoscenze. Per noi la didattica è anzitutto una branca fondamentale della pedagogia e non mero oggetto di valutazione o ambito in cui si ripropongono le gerarchie interne al mondo della scuola.

Saliamo sui banchi perché vogliamo essere protagonisti anche dell’affermazione di una valutazione che non abbia nulla a che vedere con i concetti di merito e premialità. Sin dai tempi dell’AltraRiforma rivendichiamo una valutazione narrativa e non numerica, che sappia includere la buona pratica dell’autovalutazione e che sia slegata da qualsiasi scopo punitivo. Allo stesso tempo rivendichiamo l’abolizione della bocciatura, enorme fallimento del sistema formativo.

Saliamo sui banchi perché spesso costituiscono l’interezza dello spazio interno alla scuola che ci viene concesso. Nonostante sia un nostro diritto usufruire di almeno un locale della scuola dopo il termine delle lezioni, questa possibilità ci viene negata. Siamo convinti che aprire la scuola oltre l’orario di lezione ci consentirebbe di viverla da protagonisti, organizzando momenti di mutuo aiuto (sportello autogestito, ripetizioni, approfondimenti), attività culturali (incontri, dibattiti, cineforum, iniziative sportive e/o musicali), usufruendo delle strutture scolastiche in modo autonomo e autogestito. Vogliamo fare delle nostre scuole fari di socialità e cultura.

Saliamo sui banchi perché il 10 ottobre siamo pronti ad entrare in scena per un’istruzione gratuita, pubblica e di qualità, per il reddito, per il welfare e per gli spazi sociali. Per dire no alla scuola-impresa, alla scuola della competizione di Renzi-Giannini, al conferimento di nuovi poteri ai presidi, all’ingresso dei privati nelle nostre scuole; per dire si alla scuola pubblica, laica e inclusiva, alla scuola della partecipazione e della cooperazione; per dire basta alla precarietà.

Se anche tu vuoi entrare in scena con noi il 10 ottobre, sali su un banco e fatti scattare una foto. Pubblicala su fb, tagga la pagina “Unione degli Studenti – sindacato studentesco (pagina nazionale)” o inviala a unionedeglistudenti@gmail.com, dicci cosa ti ha spinto a entrare in scena e ricordati di nominare i tuoi amici o una classe della tua scuola. Accompagna la tua foto con una didascalia. (es: *il tuo nome* #entrainscena il #10o per un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Nomino X, Y, Z / la VB)

 



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