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In Francia vogliono abolire i voti.. e in Italia? 07/01/14

In Francia il ministro dell’Istruzione Benôit Hamon ha lanciato una “conferenza nazionale sulla valutazione degli alunni”. Si tratta di una grande consultazione di esperti che si protrarrà fino a dicembre, ...


In Francia il ministro dell’Istruzione Benôit Hamon ha lanciato una “conferenza nazionale sulla valutazione degli alunni”. Si tratta di una grande consultazione di esperti che si protrarrà fino a dicembre, mese in cui verranno presentati provvedimenti in materia di valutazione scolastica. Il tema della valutazione, infatti, è da ormai lungo tempo al centro del dibattito francese ed è forse il principale problema a cui i ministri dell’Istruzione sono stati ripetutamente chiamati a dare risposte. È affrettato supporre di quale natura saranno le disposizioni che emergeranno dalla consultazione, ma sin da ora è possibile notare una forte polarizzazione tra le posizioni dei diversi studiosi. Da una parte, c’è chi ritiene che la scuola francese abbia già abdicato abbastanza al suo vero ruolo, consistente nel fornire un’istruzione vera fatta di conoscenze salde, e sostiene che tale processo degenerativo abbia avuto luogo con il Sessantotto e con il progressivo affermarsi di un egualitarismo che ha portato a non valorizzare i “bravi” per rassicurare i “mediocri”. Dall’altra parte, c’è chi sostiene che il sistema scolastico francese sia eccessivamente rigido e che questo continui, nonostante il Sessantotto, a riprodurre le differenze di classe, a penalizzare chi proviene dalle famiglie meno agiate e a mortificare chi apprende con tempi più dilatati. Il ministro Benôit Hamon sembra propendere a favore dell’analisi della seconda categoria di esperti e la sua iniziativa fa leva sull’ultimo studio triennale PISA (Programme for International Student Assessment), secondo cui gli studenti francesi sono coloro che temono di più l’errore e che presentano i tassi più elevati di non risposta alle domande, per paura di sbagliare. Il ministro sostiene che la scuola francese debba emanciparsi dalla logica binaria “lo sa”, “non lo sa”, e si domanda se lo strumento del voto debba essere abolito o mantenuto. Pur riconoscendone l’utilità, infatti, afferma che, qualora diventi un fattore paralizzante, debba essere sostituito da altre forme di valutazione. Avanza, dunque, l’idea del sei politico: una risposta radicale e contraria alle pagelle severissime e alle medie aritmetiche che contraddistinguono la scuola francese. Probabilmente, i voti in numeri, non in grado di cogliere e apprezzare i miglioramenti meno percettibili, verranno sostituiti da un nuovo criterio di formulazione dei giudizi, anche se la bocciatura verrà mantenuta.

Insomma, mentre in Francia assume centralità un dibattito sulla valutazione in cui l’ideologia del voto sembra perdere terreno e la cultura dell’umiliazione, della competizione e della selezione, viene messa fortemente in discussione, pare che in Italia non si senta esigenza alcuna di promuovere un dibattito simile a quello francese.

Parlare, però, di valutazione limitandosi a considerare quanto un voto basso possa risultare minaccioso o mortificante agli occhi di uno studente non è ancora sufficiente per avere un quadro completo in materia di valutazione. Da anni, infatti, la cultura della valutazione gioca un ruolo determinante nel processo di mercificazione dei saperi. Lo vediamo, ad esempio, in modo chiaro con i test INVALSI, che guadagnano sempre più terreno all’interno delle nostre scuole sostenuti dalla retorica dell’oggettività, che si traduce in una mera misurazione matematica, volta a quantificare il grado di preparazione e la spendibilità nel mondo del lavoro. In pratica, si parte dal presupposto che il sapere per essere sottoposto a valutazione debba essere rivolto verso l’esterno, e da ciò ne deriva che il soggetto destinatario della valutazione non sia più lo studente, che non si vede riconoscere e valorizzare le proprie attitudini e a cui è preclusa ogni possibilità di comprensione e superamento dell’errore, quanto piuttosto un soggetto esterno a cui la formazione si rivolge per sfornare prodotti quanto più vicini all’ideale del consumatore o del produttore. Assistiamo alla classificazione delle nostre scuole e, in particolare, degli atenei secondo criteri di produttività e di convenienza, che subordinano i saperi a strumento da utilizzare nel modo più proficuo possibile. Non secondario è anche il tema della competizione che viene alimentata all’interno dei luoghi di formazione e che pone gli studenti di fronte a ciò che viene presentata come l’unica via di salvezza per avere successo in ambito lavorativo e nella vita: emergere dalla massa e rientrare nell’elitaria cerchia delle eccellenze. Lo abbiamo visto quest’anno in occasione dell’anticipo ad aprile dei test d’ingresso, occasione in cui gli studenti si sono ritrovati a dedicare la maggior parte del loro tempo all’accumulazione di nozioni utili per il superamento del test, spaventati dall’eventualità di non poter concretizzare le proprie ambizioni di vita. Ad oggi, il test d’ingresso è un mezzo di valutazione iniquo con cui si tenta di classificare chi riesce a rispondere meglio a quesiti che spesso non hanno alcuna attinenza con la formazione che si intende ricevere e che richiedono un allenamento e una preparazione che le scuole non offrono, a meno che non ci si rivolga a enti privati in grado di allestire dei corsi appositi molto costosi e, alle volte, altrettanto inefficaci.

In definitiva, se la logica dei test INVALSI o dei sistemi di valutazione universitaria nazionale consiste nel premiare le scuole o le università che risultano “migliori”, i test di ammissione non fanno altro che premiare gli studenti che hanno avuto la migliore prestazione. Non si può, perciò, esentarsi dal fare considerazioni anche sull’idea di meritocrazia che si è definitivamente imposta nei luoghi di formazione e dall’affermare che non si può parlare di merito se non si forniscono a tutti quanti le medesime basi, che attualmente il sistema d’istruzione italiano, sempre più escludente e sempre meno pubblico non è in grado di fornire. Spesso, quando gli studenti avanzano obiezioni nei confronti della natura del sistema di valutazione vengono tacciati di avere paura di essere valutati. In realtà, abbiamo più volte dimostrato di essere convinti che ripensare la valutazione significherebbe anzitutto intenderla come strumento di crescita e miglioramento non imposto ma costruito collettivamente e democraticamente. Il processo valutativo in sé, infatti, non può essere formativo se lo studente non può prendervi parte. È per questo motivo che da anni spingiamo affinché vengano sperimentate buone pratiche quali la valutazione narrativa, la valutazione dello studente nei confronti del docente e l’autovalutazione delle scuole. La valutazione narrativa da parte del docente verso lo studente non equivarrebbe più a una sentenza calata dall’alto con scopo punitivo, ma terrebbe dentro tutti gli elementi di complessità tipici del percorso formativo e di crescita di ognuno. Anche la valutazione verso il docente non deve più essere un tabù: lo studente deve sentirsi libero di potersi esprimere rispetto al metodo utilizzato, alla didattica, alla tipologia delle prove,… Solo così si potranno creare i presupposti per un cambiamento complessivo reale. Inoltre, il meccanismo dell’autovalutazione delle scuole, considerato in una prospettiva didattica e pedagogica, consentirebbe di integrare i dati statistici esterni e i commenti interni rispetto alla vivibilità, ai punti di forza e alle mancanze dei luoghi di formazione, producendo maggiore consapevolezza e dando vita a un monitoraggio in itinere che, contrariamente all’attuale valutazione esterna, potrebbe concretamente portare a un miglioramento della realtà scolastica in tutte le sue sfaccettature.


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One Responses to this article

 
daniela malini luglio 1, 2014 Reply

E’ proprio così. Da anni porto avanti progetti sperimantali che mettono al centro l’arte, la creatività, il clima di classe. E non son bastate due pubblicazioni che ho curato per il ministero e la regione Liguria. La valutazione, così come si presenta nel nostro Paese, priva di percorsi che umanizzino la scuola,priva di competenze sulla gestione della classe, fatta in una scuola segregante, noiosa, che spegne anche i docenti appassionati, è inutile e dannosissima. La scuola deve tenere i ragazzi, non lasciali alla strada. Eappiamo che nei tecnici e professionali la dispersione è molto alta. Credo che questa potrebbe essere una opportunità per sollevare dibattito nel paese, perchè o si riparte dalla scuola o non si riparte

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