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E se si potesse votare a 16 anni? 04/13/16

Il 17 aprile si vota in tutto il Paese per chiedere di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 ...


Il 17 aprile si vota in tutto il Paese per chiedere di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Noi sosteniamo il SI, per imporre al Governo delle scelte strategiche sul modello energetico e investire sulle bellezze del nostro Paese.
In questi ultimi mesi si sono moltiplicate centinaia di iniziative organizzate dagli studenti: assemblee d’istituto e pomeridiane, seminari, flash-mob per sensibilizzare la cittadinanza e tanto altro ancora. Abbiamo visto un attivismo diffuso e capillare, soprattutto da parte dei giovani e degli studenti. Eppure, tanti di questi giovani, non potranno votare.
E se, invece, potessero? In questi mesi si sta aprendo una stagione referendaria su tanti temi decisivi, tra i tanti scuola, lavoro, inceneritori, trivelle, ed è una vera opportunità sprecata per la democrazia italiana non dare la possibilità agli studenti e in generale alle fasce giovanili di incidere realmente sul futuro.
In questo senso abbassare la soglia del diritto di voto a 16 anni non può essere un tabù. Da anni l’ Obessu, l’organizzazione che riunisce tanti soggetti studenteschi al livello europeo, porta avanti la riflessione del “Vote@16”, per aprire un dibattito sul tema e incentivare la partecipazione studentesca alle tematiche sociali. Del resto vi sono tanti esempi, a livello europeo e mondiale, che hanno scelto la via della partecipazione e del pieno riconoscimento della cittadinanza. In Europa possiamo citare il Cantone di Glarona in Svizzera, l’Austria, i Länder tedeschi della Bassa Sassonia, lo Schleswig-Holstein, la Sassonia-Anhalt, la Renania Settentrionale-Vestfalia e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore. A livello mondiale troviamo l’Argentina, il Brasile, Cuba, l’Ecuador, il Nicaragua; in Bosnia, Serbia e Montenegro i giovani tra i 16 e i 18 anni possono votare se hanno un lavoro.
In Italia i 16 e 17enni sono poco più di un milione e 100 mila, e controbilanciano attualmente la popolazione over 87. Non sarebbe poi così male consentire ai giovani fino ai 35 anni di avere un peso analogo agli elettori anziani (i 65 anni e più), mentre attualmente i primi sono sotto di oltre un milione di potenziali voti rispetto ai secondi.
Quante volte ci siamo sentiti dire, a fronte di questa proposta, un “non siete ancora maturi per il voto, piuttosto pensate a studiare”? Delle volte ci è stato detto che i giovani sono troppo influenzabili, che il voto sarebbe legato a quello dei genitori e conseguentemente non “maturo”. Infine, molto spesso si risponde con tono paternalistico, affermando che i giovani non si debbano interessare di politica, al fine di salvaguardare il presunto diritto al disinteresse adolescenziale.
Proviamo a sciogliere questi luoghi comuni. Nel nostro Paese ci sono cittadini di seria A, B e Z. I cittadini di serie A sono quelli nati in Italia con un lavoro stabile; quelli di serie B sono le fasce più deboli, tra cui gli studenti, esclusi parzialmente da alcuni diritti (ai saperi, alla salute, alla mobilità, all’abitare, alla partecipazione); quelli di serie Z, ossia i migranti che, anche per quelli residenti in Italia da tanto tempo, vivono una condizione di vulnerabilità sociale senza pari ed un’esclusione dalla cittadinanza accompagnata, oggi più che mai, da politiche securitarie di natura neocoloniale che li colpiscono proprio all’interno delle nostre città e metropoli.
In poche parole, nel nostro Paese, si è pienamente cittadini se si è lavoratori maschi, bianchi e italiani. Il resto delle categorie sociali vive delle disuguaglianze di reddito, di genere ed etniche che impediscono una cittadinanza integrale. Quando parliamo di cittadinanza parliamo di un complesso di prestazioni e servizi che dovrebbero essere garantiti a tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa, dall’età, dal reddito, dal paese di provenienza. Ma essere cittadini significa anche poter decidere sulle scelte politiche, anche e soprattutto se si è soggetti in formazione. La “maturità” per essere riconosciuti cittadini non è misurabile con l’età, perché sarebbe facile rispondere a chi afferma questo domandando se un ottantasettenne possieda certamente la piena lucidità per poter esercitare un voto consapevole!
In ogni caso basterebbe avere un occhio di riguardo per la storia repubblicana per capire quanto gli studenti e i giovani abbiano dato dimostrazioni di “maturità”: pensiamo al loro protagonismo nella lotta per la Liberazione dal nazi-fascismo, ai movimenti giovanili del ’68 e ’77, ai movimenti studenteschi contro le mafie e la camorra a cavallo tra anni ’80 e ’90, ai no global dei primi anni Duemila, all’Onda del 2008 e ai movimenti studenteschi e giovanili degli ultimi anni, da ultimo quello contro la Buona Scuola.
Insomma, la storia italiana ci dice quanto, le grandi conquiste sociali e le lotte per i diritti, siano state condotte con il protagonismo delle fasce giovanili e studentesche. Una constatazione che entra in collisione con lo spazio concesso per la rappresentanza istituzionale. Non soltanto la soglia per il voto è ferma ai 18 anni, ma per essere eletti alla Camera e al Senato occorre avere nel primo caso 25 anni e nel secondo 40. Il nostro è un sistema politico vecchio, sbilanciato a favore delle generazioni più anziane che, tra l’altro, mettono in campo politiche in nostro nome senza andare mai ad intaccare le ingiustizie, le enormi disuguaglianze e i privilegi. Sia ben chiaro: la giustezza delle politiche non dipende certo dall’età, non crediamo certo alla retorica della rottamazione e del “giovanilismo”. Occorre però riconoscere quanto l’area della rappresentanza rimanga chiusa ad intere fasce della popolazione, tra le quali quella giovanile. Forse, pensare di abbassare la soglia del voto a 16 anni, permetterebbe di far acquisire un giusto peso non tanto al voto “dei” giovani, quanto “per” i giovani, per la cancellazione della precarietà, per il diritto allo studio, all’abitare, alla partecipazione, alla socialità e tante altre rivendicazioni che attraversano il corpo studentesco e giovanile. Aprire un ragionamento sul diritto di voto a 16 anni significa aprire dunque una riflessione complessiva sulla cittadinanza, che non può essere tale senza il pieno riconoscimento dei diritti sociali. Da sempre rivendichiamo una maggiore partecipazione degli studenti all’interno delle scuole, mediante l’istituzione del referedum studentesco, delle commissioni paritetiche per redigere il PTOF e definire i percorsi di alternanza scuola-lavoro, dei progetti di bilancio partecipato, di una ridefinizione in chiave democratica degli organi collegiali e di tanto altro ancora. Oggi più che mai però riteniamo che sia giusto dare degli strumenti per la partecipazione ai giovani, che siano studenti o meno, anche al di fuori delle scuole. In tanti si lamentano dell’indifferenza dei giovani, della passività, dell’incapacità di andare oltre la contestazione. Noi ogni giorno vediamo migliaia di ragazze e ragazzi desiderosi di cambiamento, per rovesciare le proprie condizioni materiali e per immaginare un altro Paese. Vogliamo scommettere sulla partecipazione, svecchiando la democrazia, o preferiamo continuare ad incentivare i luoghi comuni che non rispecchiano la realtà?


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