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CATANIA – Studente diversamente abile? Non puoi frequentare 08/13/13

Pubblichiamo l’incredibile lettera apparsa qualche giorno fa nella rubrica di Corrado Augias, dalle colonne di Repubblica, firmata Anna La Rosa. “Sono la madre di un ragazzo disabile con problemi motori, ...


Pubblichiamo l’incredibile lettera apparsa qualche giorno fa nella rubrica di Corrado Augias, dalle colonne di Repubblica, firmata Anna La Rosa.

“Sono la madre di un ragazzo disabile con problemi motori, ma senza alcun deficit cognitivo, che ha conseguito il diploma di scuola media con 10 e lode e che vorrebbe continuare gli studi superiori. Ma dopo aver presentato domanda d’iscrizione in varie scuole, ho ricevuto sempre il consiglio paternalistico di ritirare la domanda poiché, a detta dei dirigenti scolastici, mio figlio si sarebbe trovato di fronte a problemi insormontabili, dovuti all’impreparazione della scuola ad affrontare situazioni come la sua, all’inadeguatezza o all’inesperienza del corpo docente. Anche gli insegnanti di sostegno non sarebbero preparati a predisporre un percorso didattico adatto a uno studente con handicap come quello di mio figlio, che, ripeto, non ha alcun deficit cognitivo.
Gli operatori scolastici che, “nell’interesse del discente e del suo nucleo familiare”, mi hanno dissuaso dall’iscrivere mio figlio presso i loro istituti sono vari: la scuola media Pluchinotta di Sant’Agata li Battiati (tre anni fa), uno dei più prestigiosi licei scientifici di Catania (quest’anno) e il Liceo Artistico statale M. M. Lazzaro di Catania. La vicepreside e il responsabile al sostegno mi hanno indotto a ritirare la domanda d’iscrizione adducendo “valide” argomentazioni quali: “L’Arte non è una disciplina nella quale ognuno ha la possibilità di esprimersi liberamente”, demolendo così la mia ingenua certezza che attraverso l’espressione artistica si potesse superare ogni barriera di rigidi canoni disciplinari e soprattutto mentali. A mio figlio sarebbe stato negato anche l’uso dell’argilla perché mai avrebbe potuto realizzare una bocca o un naso perfetti. Ho suggerito che sarebbe potuta essere accettata anche una forma astratta di quella bocca, ma la vicepreside inorridita mi ha risposto: “Ma no, sappi (sic.!) cara signora che questa è una scuola ad indirizzo artistico! Non esiste la libertà d’espressione. Adesso le abbiamo messo qualche dubbio, rifletta se è il caso o no che suo figlio frequenti questa scuola”.
A questo punto ho avuto seri dubbi, è vero. Non che mio figlio non sarebbe riuscito a superare le difficoltà che il suo corpo gli impone, ma che tutti questi rifiuti potessero ulteriormente ferirlo. Mi sembra tuttavia incredibile che in un Paese che si dice civile, dove il diritto all’istruzione è garantito per legge, possano verificarsi episodi come quelli che ho descritto. Sono stanca di dover sempre dimostrare che mio figlio non è cretino, che ha il diritto di andare a scuola, che non gli si può negare nei fatti questo diritto. Vorrei poter gridare ciò che i genitori di un disabile subiscono nella segretezza delle quattro mura di una presidenza, in assenza di testimoni e senza l’arma concreta dell’impugnabile verbalizzazione: “Suo figlio non può iscriversi a questa scuola”. L’abilità retorica consiste nell’utilizzo di eufemismi, di litoti, del non detto affinché tutto possa concludersi con la fatidica frase: “Ma signora, è stato tutto un malinteso!”.

La tragica e gravissima vicenda getta serie ombre sull’effettivo libero accesso alla scuola pubblica italiana per tutti gli studenti, indipendentemente dalle condizioni di partenza.
Oltre a rappresentare un gesto umanamente riprovevole, si tratta di un’inammissibile violazione dei principi costituzionali di uguaglianza e libero accesso all’istruzione pubblica (artt. 3 e 34 della Carta), nonché di un gesto lesivo dei diritti degli studenti disabili sanciti dalla normativa in materia.
Si è creata una situazione paradossale: da un lato il Governo promuove l’individuazione dei BES (Bisogni Educativi Speciali) da parte di docenti privi di abilitazione, con provvedimenti discutibili, dietro la bandiera dell’integrazione e dell’inclusione, dall’altro avvengono simili episodi di inaudita gravità nelle scuole pubbliche del nostro Paese, vicende che sbarrano le porte agli stessi alunni che lo Stato dichiara pubblicamente di difendere.
Da anni, infatti, in nome del risparmio e dei tagli dettati dalle politiche di austerity (che gravano sempre sulle fasce sociali più deboli) il diritto al sostegno, che aveva fatto della scuola italiana un’istituzione di avanguardia in Europa, è sempre meno garantito. Dati alla mano, nella scuola italiana ci sono sempre meno insegnanti di sostegno e sempre meno ore di compresenza.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza allo studente e alla sua famiglia, e ci auguriamo che, proprio in virtù del fatto che la scuola, secondo la nostra Costituzione, non è un servizio, ma un diritto, il figlio della signora La Rosa l’anno prossimo possa frequentare la scuola secondaria di secondo grado catanese che ha scelto in piena libertà e autonomia.
Auspichiamo inoltre che in futuro non avvengano simili ingerenze da parte di istituti scolastici tali da condizionare le scelte degli studenti in merito al proseguimento de proprio percorso formativo.

Catania, 12 agosto 2013.

UdS Catania


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