figli della stessa rabbia 0

Riconoscere il fascismo per combatterlo 02/14/18

Oggi la crisi economica e l’avanzata delle politiche neoliberiste si manifestano nella crescita delle diseguaglianze, nell’impoverimento di grandi fette della popolazione. In questo contesto le destre si sono date una ...


Oggi la crisi economica e l’avanzata delle politiche neoliberiste si manifestano nella crescita delle diseguaglianze, nell’impoverimento di grandi fette della popolazione. In questo contesto le destre si sono date una nuova forma, andando alla ricerca di legittimazione e consenso, speculando sulla rabbia sociale dei cittadini e alimentando la guerra tra poveri. I neofascismi puntano sull’odio verso il più povero, verso il migrante e verso il diverso, come capri espiatori su cui addossare tutti i mali della società, provando ad affermare la loro idea di nazionalismo, di chiusura delle frontiere e di rifiuto di ogni forma di multiculturalismo. Basti pensare alla lettura che che danno ai flussi migratori frutto delle guerre e delle gravissime condizioni di povertà che si vivono dall’altra parte del Mediterraneo, strumentalizzando la questione come un’emergenza incontrollabile, spaventando i cittadini e stigmatizzando i rifugiati come persone pericolose per la nostra sicurezza.

Nella creazione della guerra tra poveri, non mancano poi da destra le rivendicazioni di strumenti di welfare discriminanti e le pratiche assistenziali rivolte solo ai cittadini italiani: frutti di un’ideologia che vede, a seconda della provenienza di una persona, la sua possibilità o meno di accedere ai servizi di base che dovrebbero essere invece garantiti a tutti e tutte, a partire dai sistemi di inclusione sociale della scuola pubblica. In realtà le loro azioni caritatevoli e le loro prese di posizione pubbliche, che hanno l’obiettivo di dipingerli come bravi ragazzi impegnati nel sociale, si scontrano con la realtà dei fatti, con le violenze e le aggressioni, con i loro atti intimidatori e fascisti.

In mancanza di un panorama politico che desse realmente voce ai bisogni sociali, si è interrotto quel ponte tra rappresentanza e rappresentati all’interno del quale i populismi di destra si sono fatti strada, e, d’altra parte, le altre forze politiche che dovrebbero fare da argine ai neofascismi, invece di presentare soluzioni strutturali ai disagi, hanno cavalcato l’onda del populismo già dilagante; così hanno iniziato a fiorire provvedimenti e decreti attuativi privi di lungimiranza, più simili a specchietti per le allodole che a reali risoluzioni volte a migliorare le condizioni materiali e sociali della popolazione.

Il decreto sulla sicurezza ( legge n. 46/2017 – denominata comunemente “decreto Minniti-Orlando” ) voluto dal ministro dell’interno Minniti è esempio della strumentalizzazione della paura e della spinta all’incremento delle frammentazioni sociali già esistenti: esso nasconde, dietro la necessità di accelerare le procedure riguardanti le domande di asilo, la volontà di aumentare il tasso di espulsione per contrastare il fenomeno migratorio ponendo nuovi e maggiori ostacoli sul cammino dei migranti. Si individua la necessità di eliminare i fattori di marginalità e di esclusione sociale, il che si traduce immediatamente in una forma di strenua difesa del decoro urbano. Proprio la “difesa del decoro” si trasforma in azione offensiva e individua come mezzo principale l’allontanamento del problema e quindi l’esclusione degli ultimi in funzione della costruzione di città vetrina a misura di turisti. I poveri, i migranti, i senza dimora sono obbligati a spostarsi nelle periferie delle città, totalmente ignorati e spesso contrastati dalle istituzioni come avviene a Torino e Como che, malgrado le rigide temperature, vedono frequenti retate anti-clochard nelle strade del centro.

Non sarebbe forse meglio costruire città a misura di abitante dando centralità alle problematiche sociali e immaginando soluzioni strutturali ai problemi?

Il decreto Minniti- Orlando, inoltre, non si ferma qui e affronta anche il tema della sicurezza urbana introducendo lo strumento del Daspo urbano e dell’arresto in flagranza differita, entrambi già utilizzati in questi mesi come mezzi di repressione politica oltre che di emarginazione sociale: tanti sono i fogli di via assegnati e quindi gli allontanamenti obbligatori in vista del ciclo di G7 ospitati dal nostro paese e altrettanto frequentemente il daspo è stato utilizzato per allontanare tutti coloro che non erano ritenuti “abbastanza decorosi” per il contesto cittadino in cui si trovavano. La “sicurezza” poi si esprime anche nella repressione della movida nelle città, nel soffocamento di spazi di socialità e condivisione, che facilita i processi di gentrificazione. L’introduzione di assurde restrizioni alla vendita di alcolici e del divieto di trovarsi liberamente per le strade, nei luoghi simbolo dell’incontro e dello svago serale, sono solo alcuni dei provvedimenti che hanno colpito la libertà di tutti noi e il diritto al divertimento e alla libertà di movimento ed aggregazione.

 

Nell’attuazione di queste misure il decreto ritrae a tinte chiarissime lo spostamento a destra che sta investendo l’intero panorama politico italiano. Questo fenomeno, già di per sé preoccupante, sta subendo un’accentuazione disarmante in questa fase elettorale, che è caratterizzata dalla strumentalizzazione continua della rabbia sociale per indirizzare i consensi: tante sono le proposte elettorali di matrice razzista e xenofoba, omofoba e in difesa della “famiglia tradizionale” che incitano all’odio e all’esclusione delle fasce sociali subalterne; non vengono analizzate realmente le contraddizioni nazionali e dei territori, bensì vengono portate avanti proposte e provvedimenti contingenziali seguendo ciecamente “i temi di tendenza” senza prendere una posizione chiara e lungimirante su nessuno di essi.

Questi processi politici danno legittimità all’operato delle realtà neofasciste che, spesso al di fuori delle istituzioni ma con il loro beneplacito, fomentano e incoraggiano la violenza razziale e omofoba. Così “capita” che siano innumerabili gli episodi di aggressioni neofasciste nel 2017 e sempre così “capita” che un ex candidato di Lega Nord, Luca Traini, aggredisca a colpi di arma da fuoco sei persone a causa del colore della loro pelle per poi fare il saluto fascista con la bandiera tricolore sulle spalle. Episodi di violenza che, pur essendo il sintomo della propaganda diffusa di odio e violenza che genera il circolo vizioso della lotta tra poveri, tuttavia vengono giustificati come casi isolati, banalizzati, e di cui viene nascosta la vera matrice ideologica spostando l’attenzione dalle cause prime a motivazioni fittizie e costruite su una parodia del reale.

Tramite la strumentalizzazione della rabbia e del malcontento le realtà neofasciste si inseriscono nel tessuto sociale delle città a partire dai quartieri e arrivando nelle scuole nonché nelle piccole realtà politiche studentesche, dove cavalcano l’onda di un disagio generazionale che da tempo non riceve risposte concrete ed è considerato solo strumentalmente ai grandi appuntamenti politici rimanendo, per tutto il resto del tempo, abbandonato a sé stesso.

Tuttavia non tutto è perduto: se da un lato la risposta delle istituzioni alla strage di Macerata è stata manchevole e strumentale, dall’altra parte il culmine della violenza fascista ha risvegliato parte dell’opinione pubblica portando in piazza, contemporaneamente in tutta Italia, decine di migliaia di persone dietro a striscioni e canti antifascisti.

Antifascismo e memoria

In questo clima emerge l’importanza tanto di avanzare nell’analisi riguardo al fenomeno neofascista quanto la necessità di reinventarsi nelle pratiche. Se a lungo si è ritenuto che fosse sufficiente tenere viva la memoria tramite l’utilizzo delle testimonianze, tuttavia ora più che mai diventa indispensabile ampliare il piano di azione pratica e intersecare lo strumento del ricordo con nuove modalità di azione socio-culturale.

Da dove partire?
Sempre più spesso si sente dire che “Il fascismo è cosa del secolo scorso” o che “I fascisti sono solo ragazzi”? Dallo smascheramento: dietro la trattazione di temi sociali quali il diritto alla casa o, nelle scuole, il diritto allo studio e l’edilizia scolastica, le realtà neofasciste nascondono l’incitamento all’odio e al nazionalismo xenofobo. Organizziamo assemblee aperte, coordinamenti cittadini e regionali ed eventi di socialità nei quartieri, discussioni e volantinaggi nelle scuole per riaccendere la consapevolezza sulle tematiche trattate e sulla narrazione con cui queste vengono affrontate.

Un passo avanti:

Partendo dalla ricostruzione di consapevolezza, bisogna fare un passo avanti mettendo a sistema le discussioni e proiettandosi nello spazio circostante. Utilizzando gli spazi pubblici, è fondamentale anche la loro riqualificazione: sempre più spesso appaiono sui muri scritte e manifesti che incitano all’odio e all’esclusione sociale o che sponsorizzano attività e iniziative promosse dalle associazioni di estrema destra, l’organizzazione di attività volte a riqualificare gli spazi urbani e scolastici –come la realizzazione di murales antifascisti-  può essere una modalità efficace sia per dare una risposta costruttiva e decisa alle provocazioni sia per coinvolgere la componente cittadina e scolastica in forme alternative di antifascismo militante.

Qual è il ruolo della scuola?

Le scuole e le università sono altri luoghi in cui i neofascisti provano ad entrare per diffondere il loro razzismo e il loro odio verso il più debole fra i banchi di scuola, cavalcando i disagi degli studenti e le mobilitazioni di chi davvero vuole cambiare la scuola per imporre i loro temi e celebrare il nazionalismo con le bandiere tricolore. Basti pensare alle loro campagne contro l’Alternanza scuola-Lavoro o il contributo volontario costruite dopo essersi accorti di poter strumentalizzare quel tema all’interno delle scuole portando avanti delle proteste di facciata fuori gli istituti. Dentro i luoghi della formazione, gli stessi cercano di garantirsi un posto nella rappresentanza di istituto o delle consulte attraverso corruzione o scambi di favore e sono diverse nel nostro Paese le amministrazioni comunali che interloquiscono quotidianamente con i soggetti di estrema destra, legittimando la loro presenza e le loro iniziative. Tali associazioni sono spesso coinvolte in atti di intimidazione e violenza nei luoghi della formazione che sfociano in aggressioni a gruppi di dieci contro uno.

Essere antifascisti oggi significa costruire spazi di resistenza quotidiana per il contrasto al razzismo, alla sopraffazione, all’oppressione promuovendo l’inclusione e la solidarietà, a partire dalle scuole.

Antifascismo è una parola importante perchè non è un valore astratto ma è calata in una realtà storica di cui noi facciamo parte. Il fascismo non è solo il lugubre ventennio della nostra storia. Fascismo è qualsiasi idea politica che ruoti attorno alla violenza e alla repressione, e della repressione faccia una prassi politica per giungere al dominio sull’altro, per minacciare le libertà individuali e negare la giustizia sociale.

La Resistenza pertanto parte dalla ricostruzione storica di quello che è stato il Fascismo e può divenire un banco di prova per esercitare l’uso critico della ragione e confrontarsi con valori forti. Per questo è necessario dare centralità e investire sui luoghi della formazione affinché la conoscenza possa essere strumento di contrasto all’avanzata dei neofascismi e togliere loro terreno sotto i piedi, andando ad agire davvero sulle condizioni materiali delle persone per costruire risposte collettive, attraverso il welfare, il mutualismo, l’inclusione sociale e la cooperazione.

Costruire consapevolezza ripartendo proprio dal ruolo dei saperi significa rendere i luoghi della formazione spazi di incontro e di emancipazione per riconoscere le contraddizioni del nostro tempo e assumersi il ruolo storico di resistere alle barbarie con una risposta di massa in grado di demolire l’edificio del terrore.

 

 


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