INVALSI AUMENTA DIVARIO NORD SUD- (1) 0

Le Invalsi danno i numeri! Ripensiamo la didattica per superare la scuola punitiva. 07/08/17

Sono stati da poco resi pubblici i risultati delle INVALSI 2017, secondo l’istituto nazionale emerge un divario tra nord e sud in Italiano e Matematica, ma i dati danno tanti ...


Sono stati da poco resi pubblici i risultati delle INVALSI 2017, secondo l’istituto nazionale emerge un divario tra nord e sud in Italiano e Matematica, ma i dati danno tanti numeri e poche soluzioni. Si evidenzia infatti un più basso “rendimento” degli studenti del sud Italia e delle Isole, con un’unica eccezione nella Basilicata.

Ma se “giudichiamo un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. Dunque,  cosa implicano le INVALSI e perchè non servono ai fini della costruzione di un modello di scuola inclusiva?

La valutazione di sistema dovrebbe servire a migliorare la didattica in tutto il paese, non a distinguere “buoni” e “cattivi”, a fare graduatorie ed etichettare una sperequazione storica causata da diversi elementi. Un test a crocette non può valutare la preparazione dei singoli, nè può dare una misurazione reale della condizione della scuola italiana.

Nei dati analizzati si sottolinea il crescente divario “qualitativo” tra nord e sud del paese, un esito che non si interroga sulle cause e sulle soluzioni, ma si concentra sul risultato in se, come se il quiz a crocette possa davvero valutare la complessità del sapere. Il 9 Maggio migliaia di studenti hanno boicottato le INVALSI come atto di rivolta ad un sistema di valutazione quantitativo che valorizza le nozioni e non le reali conoscenze degli studenti, un test standardizzato ovvero uguale per tutte le seconde classi che elude la differenziazione dei programmi e impone un adeguamento specifico della didattica al quiz.

Perchè a 1 studente su 3 le Invalsi come modello di valutazione non convincono?

Se le INVALSI devono servire a far emergere dei dati asettici, in cui sono le percentuali a raccontare la scuola italiana, allora non servono a nulla. La scuola di oggi non può guardare a pseudo risoluzioni statistiche, osservazioni vuote di analisi e contenuti. La valutazione di sistema deve servire a ripensare la didattica partendo dall’osservazione e dalla sperimentazione pedagogica, dal rinnovare i metodi della didattica: negli altri paesi europei, ad esempio, la lezione frontale ovvero quella basata sul rapporto unilaterale docente-studente, compone solo il 20% delle lezioni. Il restante insegnamento si concentra su metodi alternativi, come il “circle time” o la “lezione dialogata”. Valutare senza ripensare la didattica serve solo ad escludere, a restringere le possibilità, a punire, in questo modo l’istituzione si deresponsabilizza rispetto alla sua funzione pedagogica e diventa un arbitro imparziale, un osservatore esterno di migliaia di studenti calati nella logica competitiva e meritocratica che viene impartita nei banchi di scuola.

Ma guardiamo ai processi. I tagli al mondo della scuola hanno colpito in misura maggiore le regioni del mezzogiorno, le scuole periferiche delle grandi città: chi parte da condizioni svantaggiate ha valutazioni negative, ha meno finanziamenti e, nella scuola- azienda in cui lo Stato perde il suo ruolo, rimane indietro in un circolo vizioso che vede accusati docenti e studenti. La valutazione di sistema dell’attuale SNV rende un’immagine statica della scuola, individua il problema nei protagonisti e non nell’idea stessa che si è concepita attraverso le politiche neoliberiali. Secondo quest’idea si pongono sempre più barriere al diritto allo studio e il merito diventa un pretesto per l’esclusione, tanto attraverso le INVALSI, quanto attraverso il numero chiuso. L’istruzione è definanziata, lasciata nelle mani di qualche finto benefattore che può usufruire dello “School Bonus” o degli sgravi fiscali dati dall’assunzione degli studenti che hanno fatto alternanza scuola- lavoro presso la sua azienda. Ecco che la scuola diventa un appendice, un passaggio, sempre subordinato alle necessità esterne, che coincidono spesso con quelle del mercato del lavoro.

Oggi più che mai assistiamo ad un processo di espulsione dai luoghi della formazione, in cui non solo si acuiscono le differenze tra licei e istituti tecnici e professionali, ma si sostituisce il “merito” al diritto allo studio: i parametri sempre più stringenti per le borse di studio, legate alla media scolastica ed una logica classista di divisione tra future classi dirigenti e manodopera a basso costo, puntano a precanalizzare gli studenti in relazione alla loro provenienza e background economico. A questo dobbiamo aggiungere i numeri chiusi, la cui espansione va letta proprio in relazione al modello di valutazione dominante: quello orientato al calcolo, alla programmazione, al servizio del mercato.

Lo “stigma” che si produce all’interno di scuola e università con questo concetto, diventa quello dell’ incapacità, lo studente diventa il problema piuttosto che l’attore cui devono essere rivolte le soluzioni: se non rendi, vieni bocciato o rimandato o non consegui un buon risultato con i test INVALSI sei un peso. Questo non fa che alimentare la guerra tra poveri all’interno delle classi, una competizione che consiste nell’educare al conflitto tra studenti, sarai tanto più bravo e gratificato quanti più insuccessi ci saranno nella tua classe.
Diciamolo con un esempio: se in una classe di 25 studenti se ne bocciano e rimandano più della metà, è possibile che siano stati concentrati i peggiori “casi” esistenti nella città, o con più probabilità ci sarà un problema motivazionale anche legato ai metodi didattici? Ecco che, forse, le statistiche in questo senso possono orientare una riflessione, orientarla appunto posto l’obiettivo indispensabile del livellamento verso l’alto delle scuole. Tutte le scuole, ovunque esse siano collocate in una cartina dell’Italia.

La scuola di oggi invece è ancora “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.
Valutare, dunque, non basta. Bisogna fare un’indagine sulla qualità dei percorsi, sugli strumenti che i docenti hanno per fare didattica nelle nostre classi. Ogni anno si spendono milioni per le prove INVALSI ed altri ancora se ne spenderanno quando le prove diventeranno obbligatorie ai fini degli esami di stato.
Vogliamo che siano messe al centro le scuole del sud e le scuole periferiche delle grandi città, molto spesso fanalino di coda nelle politiche sull’istruzione. Bisogna cambiare il sistema di valutazione e rendere la scuola realmente inclusiva: cambiamo i paradigmi dell’educazione per cambiare questa società!


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