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Il 12 marzo torniamo in piazza: non un passo indietro! 02/05/15

Contro la Buona Scuola calata dall’alto Il Governo sa come riscaldare il clima di questo febbraio: corre per portarsi a casa le riforme. Dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, ...


Contro la Buona Scuola calata dall’alto

Il Governo sa come riscaldare il clima di questo febbraio: corre per portarsi a casa le riforme. Dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, la strada sembra spianata. Liquidare con voti di fiducia, leggi delega e decreti tutte le istanze delle piazze autunnali, da quelle studentesche a quelle sindacali, passando per lo sciopero sociale, non è mai stato così facile. La priorità è dunque sostanziare tutti i processi messi in campo nel corso dell’autunno. I primi due decreti attuativi del jobs Act sono stati varati il 24 dicembre e ora sono al vaglio delle Commissioni Parlamentari per raccogliere osservazioni e pareri, anche se sulla base alla legge delega approvata da Camera e Senato resta tutto in capo all’Esecutivo il potere di apportare modifiche nel merito dei decreti. Il Governo compie un passo storico: sancisce il definitivo smantellamento dei diritti fondamentali per milioni di lavoratori, l’estensione della ricattabilità e l’istituzionalizzazione della precarietà a tempo indeterminato. Nulla fa presagire dei passi indietro o dei reali miglioramenti della condizione materiali di milioni di persone che si barcamenano tra un lavoro sempre più precario e la disoccupazione: pare difatti che il terzo decreto attuativo sulle tipologie contrattuali atipiche e precarie, del quale scopriremo a breve i dettagli, non preveda la loro riduzione.

In questi giorni, invece, si susseguono le indiscrezioni rispetto al tema de La Buona Scuola. Renzi dice che la riforma dovrà essere operativa dal 1° di settembre prossimo e il 22 febbraio saranno presentati i contenuti in occasione della festa del Partito Democratico. Dunque, entro fine febbraio, saranno pubblicati i dispositivi: un decreto, che verrà presumibilmente presentato nel CdM del 20 febbraio, una legge delega e un terzo dispositivo dedicato agli studenti, il famigerato “pacchetto studenti”. Renzi scappa ancora, sottraendosi alle richieste della maggioranza di studenti, docenti e genitori che questo autunno hanno costruito un’ondata di mobilitazioni degna di nota. Dalle indiscrezioni sembra che nei dispositivi legislativi che verranno lanciati nelle prossime settimane verranno confermati gli indirizzi presenti all’interno delle 136 pagine de La Buona Scuola: la valutazione per svilire il rapporto tra studenti e docenti; la meritocrazia che favorisce una competizione nella miseria tra docenti, studenti e scuole stesse; il rapporto subalterno della scuola a favore dell’imprenditoria nostrana che notoriamente non investe in qualità, ammodernamento, ricerca e riconversione ecologica dei processi produttivi preferendo basse competenze, lavoro gratuito e precarietà; una riforma degli organi collegiali con una centralità del preside manager, che acquisirà nuovi poteri in una scuola imprenditrice di se stessa, sul modello americano; l’ingresso degli investimenti privati, unico viatico accanto ai contributi “volontari” delle famiglie, capace di sostenere una scuola pubblica che diventerà sostanzialmente privata. Si parla inoltre dell’immissione in ruolo dei precari, ma stupisce constatare la scarsità di investimenti disposti nella legge di stabilità, che peraltro dovrebbero coprire anche altri settori della riforma, a partire dall’”epocale” riforma dell’alternanza scuola lavoro.

Ma il Governo non si accontenta di assestare il più grande colpo alla natura pubblica e inclusiva delle nostre scuole, già deturpate dalle riforme dell’era Berlusconi. Le voci che si susseguono parlano di un “pachetto studenti”, sotto forma di ddl, all’interno del quale inserire alcune delle nostre storiche rivendicazioni, dalla legge nazionale sul diritto allo studio, allo statuto dei diritti degli studenti in stage, alla valutazione degli insegnanti. Faraone, il sottosegretario all’istruzione e grande one-man-show del baraccone renziano, vorrebbe così portarsi a casa il consenso degli studenti. Peccato che senza investimenti non si vada da nessuna parte, sopratutto quando si parla di diritto allo studio; peccato che l’indirizzo del Governo sull’alternanza scuola lavoro vada totalmente contro i diritti degli studenti e l’acquisizione di saperi critici, a favore del “buon vecchio mestiere”, com’è in realtà quando si favoriscono gli apprendistati sperimentali. In ogni caso non tolleriamo che le nostre rivendicazioni si trasformino in operazioni di consenso, che vengano rivestite da una grossa patina di democraticità che ci puzza soltanto di presa in giro. L’emanazione del decreto legge, la messa in discussione della legge delega e del ddl sugli studenti rappresentano per noi uno schiaffo in faccia alla democrazia. La consultazione è stata una farsa: vi hanno preso parte 6600 studenti, mentre le piazze, le assemblee e le occupazioni per un’alternativa al progetto renziano sono state solcate da più di mezzo milione di studenti. Se qualcuno ha creduto che il movimento studentesco potesse essere digerito con il panettone natalizio si è sbagliato di grosso. Babbo Natale ha affrontato una dolorosa indigestione e noi stiamo tornando: la nostra primavera inizia il 12 marzo.

Per un’Altra Scuola costruita dal basso

Talvolta qualcuno taccia gli studenti di essere poco concreti. Sappiamo bene che dietro questa accusa si nascondono invece delle precise scelte politiche di riforma che vanno nella direzione opposta alla nostra. Gli studenti non si sono opposti soltanto alle linee guida del Governo, ma hanno saputo proporre un’alternativa chiara e puntuale. Di più, un’alternativa concreta e radicale, perché i due termini non sono contrapposti come ci vogliono far credere. Il 10 ottobre abbiamo riempito le piazze rivendicando un’istruzione gratuita e di qualità. Imponendo questo tema andavamo alla radice di un problema nostrano irrisolto, ossia il  27,9% di abbandono scolastico con punte del 35% nelle isole e del 37% negli istituti tecnici professionali. Per non parlare della drammatica percentuale del 24% di Neet (Not in Employment, Education or Training), giovani che non studiano e non ricercano più il lavoro, a fronte di una mancanza di offerta o ad una presenza irrisoria di questa altamente dequalificata, precaria o in nero.

Non ci vogliamo rassegnare ad un Paese che non crede più nel valore sociale dell’istruzione, che espelle tanti giovani da scuole e università privilegiando un modello sociale ed economico fondato sulla precarietà, sulle basse competenze e sui salari da fame. Parlare di istruzione gratuita significa parlare di una scuola che non sia escludente, che non permetta continui abbandoni dal sistema scolastico. Ma significa anche parlare di nuove forme di welfare studentesco e di metterle in pratica; ampliare la copertura delle borse di studio, istituire forme di reddito diretto e indiretto per i soggetti in formazione, portare gli investimenti in istruzione al 6% del Pil e quelli in Ricerca e Sviluppo minimo al 3%. Sono rivendicazioni concrete che portano inevitabilmente ad una riflessione su quale modello sociale si debba costruire.

Alla Buona Scuola di Renzi, che corre verso una traduzione legislativa, vogliamo contrapporre innanzitutto una Legge di iniziativa popolare sostenuta da 100 mila cittadini, depositata nel 2006 a conclusione di un vasto processo mobilitativo contro la riforma Moratti. Un processo nato dal basso, senza deleghe e che ha saputo ricercare la più ampia partecipazione mettendo in comune saperi, esperienze e sogni per una scuola slegata dal giogo delle imprese, una scuola in grado di formare cittadini attivi e consapevoli. Da nord a sud si susseguono assemblee per studiarla, modificarla, ampliarla. Si tratta di una scommessa, che si fonda sulla partecipazione attiva e consapevole di chi la scuola la vive ogni giorno. Ma vogliamo delineare ulteriormente, seppur brevemente e schematicamente, le priorità che sottoponiamo alla discussione a tutto il Paese per cambiare la scuola e renderla realmente un bene comune.

Finanziamenti: non si può vivere in una scuola che da anni subisce solo tagli, non si può entrare ogni giorno in edifici  che cadono a pezzi, chiusi alla cittadinanza a causa della mancanza di fondi, in cui si obbligano  gli studenti a pagare di tasca propria l’offerta formativa.

Istruzione tecnica e professionale: essere al passo con i tempi non significa immaginare una scuola subalterna al mondo dell’impresa, non significa continuare a favorire la divisione classista tra scuole di serie A (licei) e scuole di serie B (tecnici e professionali). La scuola deve saper fornire ai propri studenti competenze e il “saper fare”, non semplici nozioni. Non tolleriamo che la scuola insegni dei semplici mestieri, ma vogliamo una scuola che ci permetta di capire il lavoro e di padroneggiarlo. Non vogliamo essere manodopera gratuita, ma vogliamo compiere delle esperienze significative e di qualità di alternanza scuola-lavoro anche nei licei.

Diritto allo studio: non possiamo più consentire che migliaia di giovani non possano più andare a scuola o usufruire della formazione informale (cinema, teatri, librerie) a causa dei costi elevati. E’ necessario un reddito di formazione diretto e indiretto, borse di studio facilmente accessibili e finanziate e non buoni scuola per le private. E’ una questione di libertà e di autodeterminazione dei nostri percorsi di studio e di vita indipendente dal contesto sociale ed economico di provenienza. Sfidiamo il Governo a mettere all’ordine del giorno realmente la Legge Nazionale sul diritto allo studio.

Valutazione: è tempo di mettere fine ai numerini a margine di un foglio, perché le lezioni frontali vanno ripensate in modo partecipato e collaborativo, perché bisogna parlare di valutazione narrativa e non punitiva. Oggi è la scuola è simile ad una prigione che pretende di insegnare la libertà: una contraddizione insostenibile che si risolve dando centralità alle peculiarità di ognuno. Ci permettiamo inoltre di lanciare una sfida, già raccolta in altri Paesi europei quali l’Austria o al recente dibattito sviluppatosi in Francia: vogliamo ragionare sull’abolizione della bocciatura, strumento che ad oggi favorisce la dispersione scolastica e che non risolve assolutamente i deficit formativi accumulati nel corso dell’anno scolastico.

Edilizia Scolastica: non possiamo più andare in scuole che rischiano di crollare da un momento all’altro. E’ necessario per questo un investimento massiccio, quantificato dalla protezione civile in 14,7 miliardi di euro, che permetta la messa in sicurezza di tutte le scuole.

Per queste priorità torneremo a bussare nelle porte di chi, dagli Enti Locali al Governo, preferisce seguire politiche miopi e lontane dalle reali necessità degli studenti. Non ci fermano le minacce per le occupazioni o le ritorsioni sui voti di condotta. Il 12 marzo saremo in piazza per chiedere il ritiro della Buona Scuola e la discussione delle nostre proposte, realmente in costruzione dal basso, con la partecipazione di decine di migliaia di studenti in tutta Italia.

Per una riscossa democratica contro la paura

Questi ultimi mesi ci impongono una riflessione sulla deriva autoritaria che sta soffocando il nostro Paese. Mentre nella Grecia di Tsipras e in Spagna (speriamo) si provano a dare risposte all’austerità contrapponendosi alle ricette della Troika (BCE, FMI e CE) e ridando fiato ai popoli distrutti dai tagli, dalla sopressione dei servizi, dai salari da fame e dalla disoccupazione, nel nostro Paese il Governo Renzi si appresta a ristrutturare complessivamente in chiave neoliberista non solo il lavoro e il sistema formativo, ma anche la forma delle istituzioni. Alla crisi della rappresentanza il Governo risponde con la salvaguardia della governabilità del Paese, tenendo al contempo un atteggiamento intransigente verso tutte le istanze sociali provenienti dai movimenti e dal sindacato. Sembrerebbe proprio questo il prezzo da pagare affinché la Banca Centrale Europea di Draghi possa acquistare i nostri titoli di stato, cosa che peraltro avrà come unico effetto quello di compiere un’ennesima iniezione di liquidità nei circuiti finanziari senza avere ricadute sull’economia reale.

Intanto le condizioni sociali ed economiche della maggioranza “sconfitta” in questi anni, che si barcamena tra precarietà, disoccupazione e assenza di prospettive, continuano a peggiorare. La fascia dei colpiti dalle politiche recessive continua ad ampliarsi, con la riforma del regime dei minimi per partite Iva e freelance. E mentre il Governo pensa ad assestare un attacco anche al pubblico impiego, da tempo terra di precarietà, c’è chi nelle contraddizioni della crisi ci sguazza: i movimenti xenofobi e neofascisti. L’attacco a Charlie Hebdo ha rappresentato soltanto l’ennesima opportunità da parte di questi movimenti, che si ingrossano in Italia con Salvini, in Grecia con Alba Dorata, in Germania con Pegida e in Francia con il Front Nazional di Marine Le Pen, per rilanciare l’attacco sia alla presunta islamizzazione europea, sia all’austerità dei governi europei. Nelle ultime settimane si sono susseguiti anche nel nostro Paese delle aggressioni di matrice neofascista e temiamo che, senza un’adeguata risposta, ci possano essere altri casi. Ma le risposte non sono semplici, non possono essere nè estetiche nè basate sulla semplice memoria della Resistenza. A 70 anni dalla Liberazione occorre sapersi sfidare, perché le nostre generazioni vivono nell’eterno presente e perché si rischia di vedere l’antifascismo quasi come un movimento folkloristico. Per questo immaginiamo che i prossimi mesi debbano vedere negli studenti un soggetto capace di costruire un collante di vertenze e lotte nelle periferie delle periferie, nei luoghi del disagio economico e sociale, nei territori devastati dalla dispersione scolastica e dalla disoccupazione. Dobbiamo invadere i campi di potenziale consenso alle nuove destre per indirizzare la rabbia e organizzarla. Oggi, la crescita delle destre è funzionale ai governi come quello italiano, tedesco o spagnolo, perché impongono (basti pensare alle nuove leggi sulla sicurezza in Spagna) una stretta securitaria e un inasprimento dei dispositivi di controllo. Dobbiamo impedire che la storia si ripeta nei suoi tratti più negativi: è una responsabilità in primis nostra, che viviamo ogni giorno i nostri quartieri densi di contraddizioni e le nostre scuole a pezzi dense di culture differenti.

Ma la necessità di aprire una stagione di partecipazione e cambiamento guarda anche ad altri fenomeni. Il 21 marzo saremo non a caso a Bologna in occasione della ventesima edizione della “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Oggi parlare di mafie significa interrogarsi sugli intrecci di queste con chi in questi ultimi decenni ha governato le nostre città e i nostri territori. Il caso MOSE a Venezia, le indagini su EXPO, su Mafia Capitale e le ultime in Emilia Romagna, ci impongono di ricostruire una lettura che prenda atto della strutturalità della corruzione politica non tanto o
non solo come questione morale ma come cifra di un vero e proprio asservimento dell’intervento pubblico nell’economia, negli anni della crisi, al solo fine del rafforzamento delle rendite e dell’imprenditoria famelica, a scapito del welfare, dei salari, dell’occupazione. Pensiamo che dai cortei, dalle autogestioni e dalle assemblee del 12 marzo, si possano avviare dei percorsi per rivendicare non soltanto la verità, ma delle risposte che parlino di nuovi investimenti in politiche sociali e istruzione. Bisogna ripartire da questi e smettere di continuare a favorire un modello di sviluppo che da centralità a grandi opere e ad una gestione criminale dei territori, favorendo soltanto i profitti in un misto di corruzione e mafia.

Vogliamo ripartire da queste riflessioni ritenendo che proprio dalle nostre scuole si possa costituire una proposta radicalmente alternativa al perpetrarsi delle ingiustizie e delle risposte populiste a fenomeni così complessi. Pensiamo ad una primavera in grado di mettere a frutto delle sperimentazioni di partecipazione nuove: è possibile scardinare dal basso i programmi etnocentrici e metodologie didattiche frontali? E’ possibile aprire una discussione diffusa su modelli di valutazione di sistema e individuali in grado di liberare i luoghi della formazione dai molteplici dispositivi di controllo che diventano sempre più strumenti per implementare la competizione e la guerra tra poveri? E’ altresì possibile ridefinire dal basso l’autonomia scolastica, liberandola dalla deriva aziendalista e propendendo invece verso l’originario obiettivo dell’autogoverno, fondato sull’implementazione della partecipazione studentesca e sulla determinazione degli obiettivi legati al contesto sociale ed economico? Noi vogliamo giocarcela tutta, perché pensiamo che solo se si ridisegna un’Altra scuola dal basso si può aspirare alla rottura delle catene che la designano come luogo di riproduzione di un sistema sociale ed economico ingiusto. Dalla liberazione dei saperi, dalla ridefinizione del ruolo della scuola nella società, non più luogo di scambio di nozioni tra utenti ed erogatori di servizi, ma fucina di sapere critico immersa nelle contraddizioni dei territori, passa buona parte della lotta ai nuovi fascismi, alla xenofobia, alle mafie che imperversano sempre più forti e che sopprimono ogni istanza di democrazia e giustizia sociale.

Ci rivolgiamo a tutte le studentesse e gli studenti e a tutti i soggetti che credono nella necessità di una riscossa democratica del Paese. Costruiamo il 12 marzo e immaginiamoci i prossimi mesi di mobilitazione. Oggi ci giochiamo una partita storica. La nostra generazione è un frammento di una più ampia fetta di subalterni, senza voce, che vive ai margini. Sembra che l’unica nostra prospettiva sia quella di accettare anni e anni di lavori sottopagati o gratuiti, non allineati ad anni di studi che ci sono costati un’occhio della testa, o direttamente la disoccupazione. Sembra che l’unica prospettiva sia la guerra con chi sta peggio di noi, in una società monopolizzata dalle paure. Qualcuno oggi ci dice di tornare nei nostri banchi, come se non stesse succedendo niente, come se dovessimo lasciar spazio a qualcun altro che metterà le cose a posto. Mai che invece si lasci spazio alle nostre idee e soluzioni. Per questo se il Governo e le élites economiche marciano compatti contro i nostri diritti e il nostro futuro, noi non faremo alcun passo indietro, neanche per prendere la rincorsa.

“Noi siamo il fuoco siamo il carnevale
Saremo il rullo sopra lo stivale…”


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