Un annuncio sconvolgente semina il panico nelle borse europee. Il primo ministro greco Georgios Papandreou dichiara la disponibilità a sottoporre l’approvazione delle scelte economiche imposte dalla BCE ad un referendum.
Coro unanime di ira cammuffata con preoccupazione ha unito i leaders europei. Le borse europee, in seguito alle dichiarazioni di Papandreou, hanno subito tonfi abissali, la speculazione si è abbattuta per l’ennesima volta sulla nostra economia, lo spread tra BUND e BTP si è allargato ulteriormente toccando i 400 punti base e miliardi di euro sono stati bruciati per l’ennesima volta in borsa. Ma forse questa volta non sono le ricadute finanziarie a preoccupare la politca europea, quanto più uno spazio di possibilità che si apre.
Seppure nelle pieghe dell’autoritarismo e del fallimento democratico greco, si apre uno spiraglio di democrazia. Cosa ha portato il premier “socialista” – se le categorie politiche rappresentano ancora pratica reale – ad una dichiarazione che ha attirato su di lui tanta disapprovazione da parte dell’establishment europeo? Più ipotesi sono in campo e probabilmente si rafforzano tra loro. Da un lato un sostanziale ricatto nei confronti dell’Europa. Fondamentalmente non applicare le manovre di austerity porterebbe al tanto minacciato default. Lo stato greco sarebbe insolvente nei confronti della BCE, che ha sostenuto il suo debito nell’ultimo periodo, e nei confronti, soprattutto, degli interessi che la BCE rappresenta. La minaccia consiste nella velata richiesta alla BCE di allentare la rigidità.
Dall’altro lato c’è invece un’altro elemento che guarda al consenso interno nel paese. Le politiche di influenza europea hanno provocato la macelleria sociale in Grecia, licenziamenti di massa anche nel settore pubblico, tagli agli stipendi dei lavoratori statali, compressione dei consumi, disoccupazione, soprattutto giovanile, alle stelle. La Grecia è uno dei primi paesi, ricordiamo già nel 2008 come in Italia, che hanno risposto alla crisi economica con grandi movimenti sociali e di partecipazione popolare, gli scioperi indetti dai sindacati a partire da quell’anno sono decine e decine, le città e i palazzi del potere greci sono costantemente attraversati e circondati da grandi cortei che spesso e volentiri sfociano in scontri con le forze dell’ordine. Attorno al conflitto sociale il popolo greco ha costruito una legitttimità enorme. Non c’è fiducia popolare che tenga nei confronti dei partiti di governo, perchè l’unica fiducia è nella lotta e nel conflitto sociale. In parole semplici Papandreou teme un mancata rielezione e vuole alla fine dei conti mettere la palla al centro, pulirsi la coscienza e dire che tutto sommato la scelta, comunque vada, è stata sottoposta al popolo.
All’interno di questo meccanismo perverso, di riproduzione e conservazione del potere, si apre però uno spiraglio come si diceva prima. Un popolo che prende parola e che fino a pochi mesi fa non trovava spazi di sfogo del proprio disagio può immaginare ora nelle piaghe del potere la possibilità di incidere. Come in Italia con il referendum del 12 e 13 giugno la partecipazione popolare è riuscita dopo anni a dire la sua e ad pesare, nonostante le mistificazioni a cui è sottoposta tutt’ora, anche in Grecia si aprono possibilità di trasformare il conflitto sociale in cambiamento e alternativa reale. Forse è proprio questo che irrita tanto quei potenti che in questi giorni si rincontreranno a Cannes per il G20: una democrazia che si riaffaccia pericolosamente nella scena e si contrappone all’autoritarismo che tanto piace ai palazzi di Bruxelles.