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GIG ECONOMY E DISUGUALIANZE: REDISTRIBUIRE RICCHEZZE E DECISIONALITA’ A PARTIRE DALLE SCUOLE 05/02/18

Riflessioni per un’attivazione individuale e collettiva nelle scuole. Che la democrazia stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. Si afferma progressivamente un modello post-democratico inedito, in quanto intrecciato col ...


Riflessioni per un’attivazione individuale e collettiva nelle scuole.

Che la democrazia stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. Si afferma progressivamente un modello post-democratico inedito, in quanto intrecciato col potere degli algoritmi, insiemi di istruzioni operanti a partire da enormi moli di informazioni, i  Big Data. Attraverso l’accumulo dei dati generati sul web da ogni utente (non sempre consapevole) si rende infatti possibile lo studio delle sue tendenze e dei suoi interessi, e attraverso meccanismi statistici di comparazione di questi con quelli prodotti dagli altri utenti, entrano in gioco complessi sistemi di profilazione e predizione dei suoi possibili comportamenti sul web e non solo. A livello commerciale, questo sta consentendo lo sviluppo di strategie pubblicitarie più efficaci. A livello politico il risultato è la targetizzazione della proposta politica: semplificando, ciò significa che che l’utente si sente dire ciò che vuole sentirsi dire. Dentro questo processo, sui social network si generano inoltre delle vere e proprie bolle sociali. La tendenza ad accettare solo gli amici con opinioni simili, e il lavoro di algoritmi che mette in mostra soltanto i contenuti tendenzialmente condivisibili dall’utente o che quantomeno lo possono interessare, impedisce un confronto ampio e costruttivo tra opinioni differenti.

 

Secondo John  Dewey, una delle qualità più importanti della democrazia è quella di essere il modo di vita associata più adatto allo sviluppo del pensiero critico: la democrazia richiede che ognuno consideri le proprie azioni in relazione a quelle degli altri, e queste in relazione alle sue. Il confronto tra individui diversi, provenienti da contesti molteplici e aventi visioni del mondo differenti permette dunque lo sviluppo della democrazia e di un pensiero critico e democratico. Nelle bolle social, nel mondo degli algoritmi, tutto questo viene messo in discussione. Ognuno vive in un mondo simile a lui, un universo a sé, artificiale, unico.  Analizzare il ruolo della scuola in questo contesto è più che mai necessario per riuscire non a salvare la democrazia che c’è, ma per costruire la democrazia del futuro contro l’affermazione di nuovi autoritarismi e autocrazie fondate sullo studio e sul controllo della totale esistenza degli individui: delle loro mansioni e attività, dei loro interessi, delle loro attitudini, delle loro relazioni, dei loro movimenti, dei loro affetti, emozioni e pensieri.

 

Dentro questo processo epocale, la metamorfosi digitale del lavoro, integrandosi con l’ormai ventennale smantellamento dei diritti, si realizza attraverso la formazione di un nuovo tipo umano normalizzato ed inserito in contesti ad alto controllo e disciplinamento. Nello stato di subalternità dei lavoratori privati di diritti, può così fiorire un modello in cui il lavoro vivo deve stare ai rapidi ritmi dell’accresciuta produttività del lavoro morto, robotizzato, digitalizzato, collegato nelle reti Cloud. Un sistema lavorativo che vede ribaltato il rapporto non tra sfruttato e sfruttatore, ma tra lavoratore e macchina. Dietro agli immaginari ottimistici, L’Industria 4.0, la Internet of Things, nascondono un nuovo e più brutale sfruttamento e un livello senza precedenti di controllo sociale dello spazio di produzione e di riproduzione delle persone. Il lavoro è sempre stato ricco di contraddizioni. Il lavoro è alienazione, il salario nasce dal conflitto, ma il lavoro è anche lo spazio in cui è possibile esercitare la propria libertà nella possibilità di decidere del lavoro stesso, dei suoi tempi, ritmi e funzioni, del suo senso sociale. La democratizzazione della società è possibile se si decide del proprio lavoro: è proprio questo che si sta provando ad annientare. Emerge dunque la necessità di interrogarsi, per far vincere la democrazia, dei nuovi spazi di conflitto emergenti nella digitalizzazione della vita e del lavoro.

 

Poco o nulla ci interessano le narrazioni dominanti sull’alternanza scuola-lavoro dentro la “fantastica” rivoluzione 4.0. Non si tratta di ripescare tesi luddiste, bensì di riconoscere la necessità storica di una formazione all’altezza dello sviluppo delle forze produttive, un bisogno che in ogni epoca della storia ha richiesto una risposta, senza accettare alla cieca l’ideologia dominante che sta accompagnando queste trasformazioni. La digitalizzazione del lavoro deve essere uno spazio di conflitto anche per gli studenti in alternanza scuola-lavoro. Si tratta di lottare, dentro questi spazi di formazione avanzata per nuovi diritti e per nuovi spazi di decisionalità assieme ai lavoratori. Il lavoro nuovo richiede conoscenze e competenze di base; lottiamo per la definizione dei bisogni formativi. Gli algoritmi sono un nuovo spazio di acceso conflitto sindacale rispetto ai quali non è possibile fare un passo indietro: scopriamo i margini della rivendicazione, consci della difficoltà. I codici sono chiusi, segreti, scritti il più delle volte da sviluppatori di imprese terze rispetto all’azienda in cui si va a praticare le esperienze, e questo complica il quadro. Accettiamo la complessità nel conflitto, rivendicando diritti all’altezza dei tempi.

 

Inoltre occorre sottolineare che con l’attuale modello di alternanza scuola-lavoro le esperienze di cui scriviamo sono ancora elitarie ed anzi evidenziano le gravi disuguaglianze presenti nel Paese. Le asimmetrie geografiche del tessuto produttivo italiano e la lentezza nello sviluppo tecnologico di molte imprese, le disuguaglianze tra Nord e Sud e tra periferie e centri si riflettono nella qualità dell’offerta formativa delle esperienze di alternanza. Grandi discorsi sull’Industria 4.0, dunque, mentre si mandano gli studenti a fare attività poco o nulla utili in termini formativi, magari in ambiti lavorativi che potrebbero scomparire nel futuro prossimo con l’automazione. Non sarebbe sorprendente, alla luce di un mondo del lavoro che potrebbe vedere la scomparsa dal 10% al 40% dei lavori nei prossimi decenni. Secondo uno studio accreditato dall’OCSE, i posti a rischio in Europa ammontano al 57%. Questa è una delle ragioni per le quali spesso affermiamo che l’obiettivo non deve essere quello di insegnare un lavoro con un processo didattico che iperspecializzi, bensì garantire la completa formazione delle facoltà umane e l’assunzione di conoscenze e competenze che garantiscano anche la possibilità di cavalcare le trasformazioni.

 

Alle disuguaglianze formative, inoltre, non possiamo che rispondere con più democrazia. Proprio nella trasformazione del lavoro, nei nuovi bisogni di conoscenze e competenze presenti nella società, occorre re-immaginare gli spazi di decisionalità e discussione. Creare momenti di partecipazione diffusa, come le assemblee nei quartieri, nei luoghi del sapere e del lavoro per coscientizzare criticamente sui fenomeni in corso è ormai una delle priorità da fissare nelle proprie agende. Coinvolgere per ribaltare: la democrazia o cambia o muore, e questo riguarda tutti gli spazi del sociale. La lotta per il controllo del processo di costruzione dell’alternanza scuola-lavoro può essere la chiave di volta per la democratizzazione di tutti gli spazi di decisionalità delle istituzioni scolastiche e quindi per il necessario rilancio democratico del paese, fondamentale per l’abbattimento delle disuguaglianze e della trasformazione complessiva del modello di sviluppo.

 

In seguito alle mobilitazioni e all’approvazione della Carta dei diritti degli studenti in alternanza e del bottone rosso per la segnalazioni dei casi limite, le storture dello strumento dell’alternanza scuola- lavoro non hanno smesso di emergere. Potremmo ricostruire l’intera cartina dell’Italia se raccontassimo tutti i casi non solo di sfruttamento, di mancanza di tutele sui posti di lavoro, di repressione e punizione avvenuti dopo la regolamentazione dell’alternanza scuola-lavoro. La scuola diventa lo specchio del mondo del lavoro sfruttato, che divide e atomizza, della scarsa efficacia di garantire diritti e tutele, del rischio quotidiano di vedersi mancare il terreno sotto i piedi.

La chiusura ad anello è, però, il ricatto della valutazione e dell’azione punitiva nei confronti degli studenti e non solo da parte dell’istituzione scolastica ma anche da parte degli Enti privati coinvolti nella co-progettazione dei percorsi e nella discussione del consiglio di classe circa il curricolo dello studente. Gli ultimi due casi, in tal senso, sono allucinanti… Succede a Carpi, in provincia di Modena, che uno studente insoddisfatto del lavoro ripetitivo e non formativo che svolgeva, scrive un post su Facebook esprimendo il suo pensiero: risultato? Il consiglio di classe decide di punirlo per il suo pensiero con un bel 6 in condotta! Uno stato di repressione di quel pensiero critico che ironicamente la Buona Scuola si proponeva di rilanciare.

 

E’ proprio questo l’elemento nuovo della (non)categoria dello studente in alternanza: nel limbo tra lo status di studente e quello di lavoratore, senza diritti e tutele e senza possibilità di decidere torna prepotente la necessità di ricominciare a vedere la scuola come strumento di ribaltamento dell’esistente ma con nuove filosofie della mobilitazione studentesca inaugurate con lo sciopero alla rovescia dell’Unione degli Studenti il 13 Ottobre 2017: incrociare le braccia per astenersi dallo sfruttamento e dall’attacco ideologico al mondo dell’istruzione è il primo passo verso un ripensamento dell’attivazione individuale in funzione del risveglio della collettività, capace di contrapporsi al paradigma di individualismo, solitudine ed assoggettamento passivo che sta provando a plasmare il modo di fare, di vivere ed interpretare la scuola. In un contesto di parcellizzazione del sapere e di frammentazione della componente studentesca all’interno delle scuole, come studenti dobbiamo essere capaci di leggere e mettere in crisi le trasformazioni esistenti, organizzando forme di protesta e rifiuto del lavoro che facciano emergere le contraddizioni dell’attuale sistema economico e del modello produttivo.

Partendo dalle forme ritrovate della protesta studentesca: i boicottaggi, lo sciopero nazionale degli studenti in alternanza e, non ultimo, il caso degli studenti del Vittorio Emanuele di Napoli che hanno protestato sul luogo di lavoro denunciando lo sfruttamento e astenendosi dall’attività (e sono stati puniti per questo con il 7 in condotta su richiesta del tutor aziendale), stiamo mandando dei messaggi: gli studenti non sono disposti ad accettare passivamente la privatizzazione e la destrutturazione della scuola pubblica.

E’ plasticamente così che i privati entrano nelle scuole pubbliche per soddisfare i loro interessi e ledere i diritti degli studenti, appropriandosi del diritto di parola sui percorsi di formazione dell’istruzione pubblica, ma è anche così che gli studenti hanno sperimentato un esempio di sciopero che sull’onda della protesta nazionale inaugurata questo autunno, ricostruisce l’attivazione individuale innescando rinnovati processi di mobilitazione vertenziale scuola per scuola. Cosa può essere, dunque, lo sciopero dell’alternanza scuola- lavoro “oltre” se stesso?

Ebbene ad un’attivazione di massa che è stata capace sia di creare indignazione, sia sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema che entra a gamba tesa nelle tante ferite aperte del nostro Paese, conflitto tra lavoro, salute e ambiente, bisogna far seguire un’attivazione capace di riscoprire le individualità per riconoscersi e costruire processi collettivi.

Può, quindi, essere questo il nuovo orizzonte del movimento studentesco: ripartire dalle singole individualità per mettere in moto quella reazione a catena capace di innescare un processo collettivo, vertenziale e di mobilitazione, organizzato studente per studente e scuola per scuola in grado di demolire l’individualismo e la solitudine e di trasformare l’esistente attraverso il ruolo sociale dei saperi, non solo per un altro modello di scuola ma per un diverso modello di società.

 


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