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	<title>Unione degli Studenti</title>
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		<title>Gli studenti di Bassano denunciano la strumentalizzazione mediatica del &#8216;caso&#8217; di (non) sesso a scuola</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 17:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[News dai Territori]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si era piccoli e la noia stava per prendere il sopravvento, uno dei rimedi più efficaci ed easy-going era il “telefono senza fili”. Era un gioco che non richiedeva molto: qualche amico, un po&#8217; di fantasia e ci si divertiva a storpiare il messaggio. Per gli amanti del passatempo, più la linea di questo telefono era lunga e più la cosa divertente. Nell&#8217;ultimo periodo si potrebbe dire che si sia svolto un grande &#8220;telefono senza fili&#8221; per tutta Italia. Un sogno per i bambini. Ma la faccenda diventa decisamente meno “simpatica” se questo passatempo viene utilizzato per fare &#8220;informazione&#8221; a milioni di persone. Mischiare un gioco con le cose della vita vera può essere rischioso.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Dal Giornale di Vicenza ai media nazionali il passo per le notizie sembra essere più breve di quanto si possa pensare. La storia ormai la conoscono tutti: lui e lei in bagno fanno sesso, un compagno li vede, quattro giorni di sospensione a lei e uno a lui, con tanto di fascicolo polemico allegato.</p>
<p><strong>La storia, però, ora vogliamo raccontarvela anche noi, che ne sappiamo molto più di quanto qualcuno sarà disposto a credere.</strong> Sedete, perché la nostra storia è diversa e forse annoierà. La verità non ha mai interessato più di tanto, in casi come questo.</p>
<p>Un ragazzo, un qualsiasi lunedì mattina, chiede di andare in bagno alla professoressa. E&#8217; una cosa normale a scuola, quando scappa, scappa, direbbe qualcuno. Torna, però, poco dopo, con una velocità insolita. Un suo compagno chiede di uscire dalla classe. Il ragazzo appena tornato lo sconsiglia, con fare evasivo. &#8220;Aspetta un po&#8217;, è meglio&#8221;, dice. La professoressa, però, sente il tutto e si incuriosisce. &#8220;Che succede, stanno fumando?&#8221; chiede. &#8220;Non proprio prof, diciamo che&#8230;ehm&#8230; si stanno tenendo compagnia, divertendo. Come posso dire&#8230;&#8221;. Non serve aggiungere altro, la situazione è chiara. La professoressa esce, per capirne di più, e si dirige verso i bagni. Lì, fuori dalla porta, quasi per casualità, vede un inserviente scolastico e, visto che i bagni sono quelli maschili, gli chiede di entrare per controllare la situazione. L’inserviente entra, ispeziona, esce. &#8220;In effetti lì dentro c&#8217;è qualcuno, ma la porta è chiusa&#8221;. &#8220;Aspetteremo&#8221;. I due imbucati, oramai certi che qualcosa lì fuori stia accadendo, capiscono: meglio abbandonare quel gioco che si sta facendo pericoloso. Esce prima lei, la professoressa è lì ad aspettarla. &#8220;Ma cosa stavi facendo lì dentro?&#8221; &#8220;Come cosa stavo facendo? Niente di male&#8230;&#8221; risponde la ragazza con fare evasivo. Poco tempo dopo esce anche lui, tutt&#8217;altro che tranquillo. L&#8217;espressione è quella di chi sa di averla fatta grossa, il gioco non si è concluso come sperava. Il chiacchiericcio nel frattempo si diffonde, prima nella classe del ragazzo all&#8217;inizio della nostra storia e poi nelle classi dei due &#8220;appassionati&#8221;.</p>
<p>La cosa non resta limitata alla scuola: Facebook, come sempre, catalizza attenzioni e commenti dei vari appartenenti all’Einaudi e non solo. Da Sandrigo a Bassano, nel giro di pochi giorni lo sanno tutti gli abituali frequentatori degli istituti scolastici. La cosa, evidentemente, ormai è troppo grande per non finire sui giornali locali. Ebbene, ecco che venerdì anche il Giornale di Vicenza racconta la sua versione: &#8220;Sesso nei bagni della scuola&#8221;, è il titolo dell&#8217;articolo che non lascia spazio all&#8217;immaginazione. Altro che farfalla di Belen, giusto per richiamare il patetico sarcasmo dell&#8217;autore.</p>
<p>Dal Giornale di Vicenza, la cosa passa ai media nazionali in un paio di giorni. Avidi di notizie, bisognosi di temi scottanti, pronti a buttarsi a capofitto sulla situazione come avvoltoi sulle carcasse, questi &#8220;giornalisti&#8221; ripetono a comando la storia raccontata, a volte solo gonfiandola un po&#8217;, giusto per dare ancora più risalto alla faccenda. In molti blog e siti, radio e giornali, televisioni, l&#8217;atto diventa &#8220;sesso&#8221;, non più &#8220;sesso orale&#8221;. La discussione ora si sposta persino sulla pena: 4 giorni a lei e 1 a lui. Il motivo, secondo i vari quotidiani, sarebbe perché lei è entrata nel bagno dei maschi.</p>
<p>Il mestiere del giornalismo è un mestiere serio. Non lo si può prendere alla leggera, non è un gioco. Vorremmo solo capire: è più importante la verità o lo scoop? Ciò che scriviamo parte da una premessa fondamentale: crediamo fermamente che tutte le descrizioni, le narrazioni, gli episodi di cronaca e il report degli avvenimenti che formano gli articoli dei giornali debbano avere alle spalle un lavoro di ricerca della veridicità dei fatti, una fase di reperimento delle prove e di documenti che possano dimostrare e confermare ciò che nell&#8217;articolo si afferma.</p>
<p>Riteniamo questo un dovere quasi morale, sicuramente civile, di giornali e di giornalisti (in primis) e di chiunque si accinga a distribuire informazioni su fatti di ogni genere e a descriverne le dinamiche. Un obbligo necessario se si considera come inviolabile uno dei diritto di lettori, ascoltatori, spettatori: quello di avere garantite la veridicità e l&#8217;attendibilità delle fonti che hanno portato alla stesura dell&#8217;articolo.</p>
<p>Osservando il processo che ha portato alla pubblicazione di quella che molti credono la vera versione dei fatti del caso Einaudi, come qualcuno l&#8217;ha soprannominato, non abbiamo trovato nulla di tutto ciò. Noi abbiamo fatto quello che qualcuno pagato per svolgere il proprio mestiere avrebbe dovuto fare: abbiamo chiesto alla professoressa interessata, ai ragazzi che per primi sono venuti a conoscenza del fatto, ci siamo confrontati con gli stessi ragazzi &#8220;incriminati&#8221;. Tra le conclusioni ce n&#8217;è una che potremmo quasi definire inquietante: una minima indagine o un&#8217;azione di verifica non c&#8217;è mai stata. Nessun giornalista ha mai, seriamente, cercato di contattare chi di dovere con l&#8217;intento di andare a fondo sulla faccenda, nessuno di loro ha avuto informazioni veritiere da parte di docenti o alunni direttamente interessati, nessuno di loro ha avuto dichiarazioni che si possano dire attendibili da parte di qualche testimone. O meglio, hanno cercato di averle, ma solamente dopo venerdì, giorno della pubblicazione dell&#8217;articolo scatenante. Ma in quel caso si cercava benzina da aggiungere al fuoco, non altro.</p>
<p>A questo punto, quindi, ci sorge spontaneo un dubbio: da quali canali informativi provengono le versioni dei fatti che sono apparse pubblicamente? Quali sono state le fonti che hanno portato alla trasmissione di una notizia simile a livello nazionale?</p>
<p>Una prima risposta ce la siamo data. Le chiacchiere, i passaparola tra amici fuori da scuola e il &#8220;tam tam in rete&#8221; di cui si parla in pressoché tutti i pezzi, sono stati i canali sui quali ci si è basati e dai quali ci si è documentati. I commenti di ragazzi, con tutte le storpiature del caso, ci sembrano, personalmente, tutt&#8217;altro che fonti attendibili.</p>
<p>Il teatrino che è stato montato dietro a questa storia, uno scenario fatto di giornalismo di bassa qualità, di abuso di libertà di informazione, quasi libertà di diffamazione, cieca, davanti alla dignità di due ragazzi, orientata alla ricerca dello scoop e del titolo che vende, è una realtà totalmente inaccettabile.</p>
<p>La mancanza di prove certe, di qualcosa che assomigli il più possibile alla verità, per come la vediamo noi, non deve e non può lasciare la libertà al cronista di cambiare i fatti o di racimolare a fatica qualche informazione fasulla sui canali che al giorno d&#8217;oggi sono i più invitanti per i cacciatori di notizie da prima pagina.</p>
<p>Dovizia di particolari e superficialità nel rifilare presunte verità ai lettori sono state riservate alla punizione data ai due ragazzi. Attorno a questo provvedimento l&#8217;Italia intera si è espressa: assessori, portavoce di associazioni di studenti, psichiatri, esponenti politici, sociologi:  tutti a gettar sentenza e tutti a dire la propria, pronti ad accusare a destra e a manca di maschilismo e di bigotteria. Tutti sicuri, quanto sicure sarebbero marionette guidate da uno stesso burattinaio, nell&#8217;affermare che tale punizione, più aspra per la ragazza, fosse dovuta esclusivamente al fatto che i due si trovavano nel bagno dei maschi. Altro errore, di contenuto oltre che di metodo. Intanto sulle &#8220;cifre&#8221;: il ragazzo è stato mandato a casa in anticipo nella giornata del fattaccio. Sono due le ore di sospensione, non un giorno. Nell&#8217;assegnare la punizione alla ragazza (per la quale i giorni sono tre, non quattro) si è invece tenuto conto di una serie di altri motivi che non abbiamo noi né il diritto né l&#8217;autorizzazione a giustificare. Ma per questo non ci lanciamo in difese o in attacchi della decisione. A tal proposito le parole più sensate le ho sentite pronunciare da uno degli assessori di Bassano del Grappa, che ha detto: &#8220;Non ho abbastanza elementi per valutare la faccenda, quindi prima di esprimermi voglio informarmi&#8221;. Con tanto di lezioni di civiltà ai grandi moralisti che hanno scritto, detto e giudicato un provvedimento di cui non sapevano nulla. Un appello: pretendete una spiegazione, per tutto e sempre. Chiedetela a gran voce se serve, ne avete il diritto, oltre che il dovere. Nessuno con un po’ di buonsenso ve la negherà. In più, il preside Pone si è già espresso efficacemente per quanto riguarda la punizione, crediamo possa bastare</p>
<p>Siamo studenti disgustati, amareggiati da tutto ciò. Ancora ci stiamo chiedendo come possa un bacio diventare sesso orale e poi sesso e basta. Ma al di là dell&#8217;atto, che nessuno, salvo i due ragazzi, potrà testimoniare con veridicità, ciò che condanniamo è il modo con cui è stata pubblicata la notizia e si sono svolti i successivi e sommari processi, il tutto per creare scalpore e gridare allo scandalo. Strategia di marketing azzeccata, ma decisamente squallida.</p>
<p>Pretendiamo sia fatta chiarezza circa quello che è stato pubblicato. Troppe versioni, troppi sarcasmi e giudizi gratuiti senza avere in pugno un briciolo di conoscenza dei fatti.</p>
<p>Un caso questo, che oltre alla rabbia per un ingiusto rumore mediatico che ha dato un&#8217;immagine falsa ai ragazzi coinvolti, porta con sé una riflessione più ampia verso il modo di fare informazione in Italia. Noi siamo sempre fiduciosi in una nobilitazione e in una professionalizzazione della stampa, ma la nostra denuncia meriterebbe lo stesso clamore che la notizia iniziale ha generato, se non un rumore maggiore, per debellare una volta per tutte il morbo della mala-informazione nel nostro Paese.</p>
<p>Ci sembra di sentire già i cinici, o coloro che con queste nostre parole si sono sentiti attaccati, dire che non siamo stati noi ragazzi a scrivere queste cose, che dietro c&#8217;è qualcun&#8217;altro. O dire che abbiamo solo inventato una storia a regola d&#8217;arte per difendere la nostra scuola. Diranno che ci stiamo arrampicando sugli specchi, che siamo parte di una generazione che cerca di difendere i propri errori adducendo scuse banali e non credibili. Diranno molte cose, diranno di tutto, come hanno già fatto per un caso mai esistito. Poco importa.</p>
<p>Siamo uomini e donne (siamo giovani? E&#8217; vero, ma siamo molto più uomini e molto più donne di chi ha lucrato e sentenziato su questa vicenda senza un minimo di tensione interiore verso la verità) che scrivono mossi dal desiderio di fare chiarezza, di dire la verità. Non c&#8217;è nessuno dietro a noi,  i fili da burattini che sembrano legare tante, troppe persone, li abbiamo già tagliati tempo fa. Ma, soprattutto, abbiamo ben chiaro che il telefono senza fili è solo un gioco per bambini. Quando si parla di cose serie, noi vogliamo essere sicuri di ciò che diciamo. Forse qualcuno dovrebbe fare (e pensare) alla stessa maniera.</p>
<p><strong><em>Gli studenti dell&#8217;Einaudi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong><img title="Immagine" src="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/uploads/2012/02/Immagine.jpg" alt="" width="655" height="238" /></p>
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		<title>Uds Caserta: No all&#8217;obbligatorietà dei contributi scolastici</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 17:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella più grande crisi dell&#8217;ultimo secolo, aumentano quotidianamente le famiglie in difficoltà economiche e molti istituti superiori della città di Caserta hanno deciso di far pesare i tagli all&#8217;istruzione pubblica causati dalla Riforma Gelmini sulle famiglie obbligando le stesse a pagare il contributo scolastico (di natura volontario ai sensi della L. 40/2007). Il contributo diventa sempre più alto arrivando fino a 200 euro, gravando sempre più sui bilanci familiari.</p>
<p>Particolare è il caso dell&#8217;istituto professionale Enrico Mattei, dove il preside ha deciso addirittura di inviare dei “solleciti” per posta per fare pressioni sulle famiglie che a causa delle difficoltà economiche avevano deciso di non pagare il contributo, alle proteste delle famiglie il DSGA ha addirittura proposto una rateizzazione del contributo ironizzando sulla fattibilità del pagamento. Ciò che è successo è gravissimo. Non solo le famiglie sono in difficoltà economiche ma vengono messe anche in difficoltà morale: moltissimi i genitori preoccupati.</p>
<p>L&#8217;Unione degli Studenti di Caserta, siccome il problema è frequente in moltissimi istituti della Campania ha deciso di fare ricorso all&#8217;Ufficio Scolastico Regionale sottolineando che essendo il contributo di natura volontaria sono inammissibili le continue pressioni sulle famiglie.</p>
<p>Unione degli Studenti di Caserta</p>
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		<title>Uds: Sanzioni ingiuste per i due studenti sorpresi a fare sesso in bagno</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 15:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[“In merito ai fatti riguardanti l’episodio dei due ragazzi sorpresi in atteggiamenti promiscui nel bagno dell’istituto Einaudi a Bassano del Grappa, i quali stanno rimbalzando sulla cronaca come atti scandalosi ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“In merito ai fatti riguardanti l’episodio dei due ragazzi sorpresi in atteggiamenti promiscui nel bagno dell’istituto Einaudi a Bassano del Grappa, i quali stanno rimbalzando sulla cronaca come atti scandalosi per la morale pubblica, non possiamo che esprimere sgomento, non per il fatto in sé, ma per la stigmatizzazione a cui lo stanno sottoponendo.  –<em> dichiara Giuseppina Tucci, responsabile sessualità dell’Unione degli Studenti </em>– Già di per se <strong>bisognerebbe concentrare l’attenzione su una punizione evidentemente esagerata, illegittima e soprattutto squilibrata, inflitta allo studente e alla studentessa. Ma più che scandalizzarsi del fatto che due adolescenti possano fare del sesso, c’è da vergognarsi del fatto che nelle scuole non si parli quasi per nulla di educazione sessuale, di prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate.</strong>&#8221;</p>
<p><strong>Da anni ribadiamo la necessità di installare nelle scuole distributori automatici di contraccettivi, attivare corsi e percorsi di educazione alla sessualità e al sesso e attivare sportelli di consulenza psicologica e sessuale</strong>. Oltre il 70% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei  14 anni, &#8217;86% di loro parla volentieri di ciò che riguarda la sessualità con gli amici, ma <strong>il desiderio di informarsi sull&#8217;argomento, magari a  scuola da personale extra scolastico esperto, è condiviso dall&#8217;86%</strong>. Con i genitori e&#8217; sempre difficile parlare di sesso, tanto che solo il 27% ammette che le maggiori informazioni sul sesso gli sono state fornite dalla madre, mentre solo l&#8217;8% dal padre (dati IDO). Tutto ciò va a scontrarsi con l’assenza di spazi per i giovani dove  incontrarsi in intimità.</p>
<p><strong>Rispondere con il bigottismo e l’autoritarismo a una normale pulsione degli esseri umani è un qualcosa di assolutamente inutile. – conclude la nota dell’Unione degli Studenti -</strong></p>
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		<title>Studenti di Genova in piazza per dire BASTA!</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 17:29:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jacopo Lanza</dc:creator>
				<category><![CDATA[News dai Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Partecipazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi 500 studenti sono scesi in Piazza contro le attuali politiche sociali ed economiche del governo che con la manovra “Salva Italia”, che in teoria dovrebbe aiutare i giovani e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi  500 studenti sono scesi in Piazza contro le attuali politiche sociali  ed economiche del governo che con la manovra “Salva Italia”, che in  teoria dovrebbe aiutare i giovani e sanare l’economia statale, distrugge  lo stato sociale e favorisce imprenditori e banchieri salvando un  modello economico che ha ormai dimostrato di essere ingiusto e destinato  al fallimento come dimostrato dalle crisi economiche che si ripetono  periodicamente. L’istruzione è sempre più considerata come una voce di  bilancio da tagliare. Noi vogliamo una legge nazionale sul diritto allo  studio, una nuova didattica, un fondo per gli interventi urgenti di  edilizia scolastica e il reddito di formazione per tutti gli studenti.<br />
<a href="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/uploads/2012/02/showNextPhoto.jpeg"><br />
<img class="size-full wp-image-2659 alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="showNextPhoto()" src="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/uploads/2012/02/showNextPhoto.jpeg" alt="" width="434" height="289" /></a>Inoltre è sempre più palese, come hanno dimostrato gli arresti  ingiustificati dei militanti NoTav, come la forza repressiva dello stato  sia sempre più violenta,anche nei confronti di ragazzi colpevoli solo  di salvaguardare il territorio e di difendere un bene comune dalle  speculazioni mafiose. La manifestazione si è conclusa sotto il carcere  di Marassi,dove Gabriele Filippi è detenuto da 3 settimane ormai,  chiedendo la sua immediata liberazione!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scuola lombarda in salsa padana</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 12:37:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio leggi]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[da retescuole &#8211; Nei giorni scorsi la giunta regionale lombarda auspice il Governatore Formigoni ha licenziato un progetto di legge regionale che, forte di una interpretazione forzata ed estensiva degli ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da retescuole &#8211; Nei giorni scorsi la giunta regionale lombarda auspice il Governatore Formigoni ha licenziato un progetto di legge regionale che, forte di una interpretazione forzata ed estensiva degli articoli 116 e 117 contenuti nel nuovo Titolo Quinto della Costituzione ma comunque assai discutibile in base ai principi contenuti agli art. 51 e 97, prevede “di riffa o di raffa” l’assunzione diretta degli insegnanti da parte delle scuole.</p>
<p><strong>Una scuola antisociale e anticostituzionale</strong></p>
<p>Vi si parla anche di cose più gravi: di fatto l’insegnante assunto dovrebbe essere d’accordo col profilo didattico della scuola, secondo una impostazione di cui non si comprendono bene i confini e che quindi rischia, anzi promette, di saltare facilmente la frontiera che separa didattica e pedagogia dall’ideologia politica o religiosa professata. Si tratta quindi di una misura che prefigura scuole separate a seconda dell’orientamento ideologico, vecchio cavallo di battaglia di Comunione e liberazione, di cui, non dimentichiamolo, Formigoni fa parte.<br />
Ma non solo: prefigura, in aperta violazione costituzionale, la possibilità di discriminare in fase di assunzione in base all’orientamento politico religioso e quant’altro dei candidati. Ed infine, nella migliore delle ipotesi, cancella ogni possibilità di confronto nel modo di vedere la scuola, senza considerare le conseguenze che una scuola in tal modo segregata avrà sulla compattezza del tessuto sociale e sulla possibilità di mescolare i diversi livelli culturali, in modo che il più alto sia di stimolo al più basso.<br />
Un disastro insomma, per la democrazia e per la didattica!</p>
<p><strong>Una scuola impraticabile</strong></p>
<p>Tuttavia non è su questo pur importante prioritario e centrale aspetto che voglio soffermarmi, ma su quello più prosaico della praticabilità e delle conseguenze che comporta questa scelta, su cui naturalmente Formigoni spera di fungere da battistrada per tutta la penisola.<br />
E’ pur vero che la legge contiene un imponderabile comma capestro che delega alla giunta la definizione delle regole per queste assunzioni, ma è almeno sperabile che la chiamata diretta punti a darsi una parvenza di obiettività, non fosse altro perché vige la norma costituzionale che gli incarichi pubblici debbano essere dati per concorso, norma inderogabile almeno fino a che le scuole restano pubbliche o le leggi, stavolta nazionali, non decidano il contrario. Dunque le scuole dovranno attrezzarsi a fare i concorsi interni o, nella peggiore delle ipotesi, dei colloqui-intervista con gli aspiranti, per poi scegliere.<br />
Orbene, si da il caso che in Italia il mestiere di insegnante sia un mestiere ancora ambito, nonostante i bassi stipendi e la perdita progressiva di quelli che una volta erano considerati i privilegi della categoria (vacanze lunghe, orari ridotti, prepensionamenti e pensioni migliori). Dunque un mestiere a cui aspirano centinaia di migliaia di persone: non a caso vi sono 200.000 aspiranti in lista d’attesa nelle graduatorie ad esaurimento. E, come se non bastasse, decine di migliaia di precari non abilitati e di neolaureati bussano alle porte, come dimostra l’acceso interesse sollevato dalla tribolata vicenda dei TFA.<br />
La crisi, poi, nonostante tutti gli scongiuri anti-noia del monotono Monti e anti-mammismo di mamma Fornero, ha rinfocolato l’interesse per il posto di insegnante, non foss’altro, appunto, perché trattasi del tanto deprecato posto fisso, così retrò per chi di posti fissi ne ha anche due o tre, ma così appetibile per chi altrove avrebbe solo la prospettiva del cocopro o della partita IVA.<br />
Aggiungo che quando un po’ di anni fa la provincia autonoma di Bolzano, essa sì in regola perché forte delle prerogative dello statuto speciale di autonomia, abbozzò l’idea di fare un concorso fuori dai tempi di quelli nazionali dovette rinunciare pena il rischio che sull’autostrada del Brennero si formassero code fino a Bologna di aspiranti provenienti da tutta Italia.<br />
Insomma ve le vedete le segreterie delle scuole che smistano decine di migliaia di domande in ogni scuola? Ve le vedete le scuole che organizzano diecimila colloqui o concorsi ogni anno o ogni due-tre anni oppure ad ogni bisogna? Si è già visto come è finita con le supplenze, che una volta erano gestite dai provveditorati, e adesso pure ma sotto la finzione di una scuola che coordina le altre. Tanto varrebbe tenere i concorsi provinciali e regionali e a cadenza nazionale, come è stato finora!</p>
<p><strong>Che cosa succede in Europa</strong></p>
<p>Ma, si dice, in tutta l’Europa si fa così.<br />
Non è vero!<br />
Questa è un’altra di quelle panzane che la stampa ci rimbalza senza nessuna verifica.<br />
E’ vero invece che il sistema della chiamata dalle scuole funziona o in paesi dove c’è penuria di insegnanti o in paesi molto piccoli con pochi milioni di abitanti (e quindi anche poche scuole e pochi insegnanti).<br />
Proprio in questi giorni Euridyce, l’agenzia europea sulla scuola, ci ha mandato un aggiornamento della situazione (cfr “Key data on education in Europe 2012”, di cui è reperibile anche la versione italiana della sintesi). Ebbene i paesi dell’Unione in cui le scuole hanno pieni poteri nella selezione diretta degli insegnanti sono Bulgaria, Cekia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Svezia, Irlanda, Belgio (ma solo nella secondaria), Regno Unito (tranne la Scozia), e in parte, su delega dell’autorità competente, i Paesi Bassi.<br />
Solo 12 Paesi su 27, per un terzo circa della popolazione della UE: quindi una minoranza. Altro che tutta l’Europa!<br />
Di questi Regno Unito, Belgio e Paesi Bassi hanno seri problemi di mancanza di insegnanti: per esempio, la fonte è sempre Euridyce, nel Belgio francofono manca il 45% degli insegnanti di matematica, il 38% di quelli di scienze e quasi il 25% di quelli di lingua, nel Belgio fiammingo manca il 25% di quelli di matematica e il 15% di quelli di scienze, nel Regno Unito manca il 27% di quelli di matematica e il 15% di scienze, nei Paesi Bassi manca il 30% di quelli di matematica e scienze e il 20% di quelli di lingua. In questi paesi al di fuori delle scuole di elite, per lo più private, l’insegnamento non è un mestiere ambito (a prescindere dalle condizioni economiche, comunque migliori delle nostre), spesso è una professione di passaggio in attesa di una occupazione migliore e si fa perciò anche molto ricorso a personale proveniente dalle ex colonie o comunque immigrato. Nei Paesi Bassi alcuni anni fa si è addirittura arrivati a ridurre la settimana scolastica a quattro giorni per fare fronte alla penuria di insegnanti. Nel Regno Unito, dove ci si può iscrivere ad appositi siti via internet come da noi ci si iscrive in graduatoria o a un ufficio di collocamento, non sono rari i colloqui telefonici con aspiranti indiani o pakistani (altro che selezione accurata!) e costituisce una eccezione un insegnante di scuola statale oltre i 40 anni di età.<br />
Si tratta dunque di paesi dove la richiesta di lavoro nella scuola non è forte e la domanda e l’offerta possono essere gestite come negli altri settori lavorativi.<br />
Dei restanti paesi i quali non hanno problemi di penuria di insegnanti, se si esclude la Polonia, unica nazione di una certa consistenza, gli altri otto tutti compresi non arrivano a mettere insieme 44 milioni di abitanti. Si va dal più piccolo, l’Estonia, massimo 15.000 insegnanti, stando alle medie italiane, alla Svezia, massimo 100.000 insegnanti, con la stessa logica. Essi sono più assimilabili per popolazione scolastica ad una nostra regione e quindi poco comparabili e poco compatibili col caso italiano.<br />
A meno che Formigoni non abbia in mente di alzare il filo spinato sulle sponde del Po, del Ticino e del Mincio, che sarebbe un’altra bella contraddizione con le regole della nostra Costituzione e con la natura unitaria, appena celebrata, della nostra Repubblica.</p>
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		<title>Tasse o contributi? Il teatrino dei pagamenti scolastici. Tasse o contributi? Il teatrino dei pagamenti scolastici.</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 15:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jacopo Lanza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio leggi]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti degli studenti]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto allo studio e Mutualismo]]></category>
		<category><![CDATA[News UDS]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Come ogni anno va in scena il teatro delle tasse scolastiche, legittime ed illegittime, imposte con la forza da dirigenti autoritari e professori conniventi. In un momento di crisi economica ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno va in scena il teatro delle tasse scolastiche, legittime ed illegittime, imposte con la forza da dirigenti autoritari e professori conniventi.</p>
<p>In un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo riteniamo indegno che si continuino a vessare le famiglie degli studenti che troppo spesso si vedono piombare addosso, oltre ai circa 17 euro di tasse scolastiche (quelle vere, quelle che vanno direttamente nelle casse dello Stato e alle, quali, peraltro, sono esenti diverse categorie), decine e decine di euro di “contributi scolastici” che pur essendo, per definizione stessa della parola “contributo”, volontari e facoltativi, vengono fatti passare per obbligatori.</p>
<p>Non sono poche, infatti, le segnalazioni che ci sono giunte da parte di studenti che, per reali difficoltà economiche, hanno chiesto ai propri dirigenti scolastici un modo per venire incontro alle esigenze familiari: rateizzare il contributo, annullarlo, avere “sconti” per chi ha più di un figlio iscritto nella stessa scuola o in età scolare. Il rifiuto dei dirigenti cade implacabile come una scure. Sempre. Puntualmente. Si punta sulla disinformazione e se ne fa un&#8217;arma per sottomettere la volontà di chi la scuola dovrebbe viverla, non subirla.</p>
<p>Eppure l&#8217;istruzione obbligatoria in Italia è gratuita e proprio in ragione dei principi di obbligatorietà e di gratuità, non è consentito imporre tasse o richiedere contributi obbligatori alle famiglie per l’espletamento delle attività curriculari e di quelle connesse all’assolvimento dell’obbligo scolastico (fotocopie, materiale didattico o altro). Unica eccezione ammessa: i rimborsi delle spese sostenute per conto delle famiglie (assicurazione individuale degli studenti, libretto delle assenze, gite scolastiche, carta per le pagelle e tutte le cose che restino allo studente) che, messe insieme, costituiscono una spesa che non supera i 20-25 euro!</p>
<p>Versare i contributi per l’arricchimento dell’offerta culturale e formativa degli alunni, per l&#8217;innovazione tecnologica o per l&#8217;edilizia scolastica (DL 40/2007, legge Bersani) è invece possibile, ma solo ed esclusivamente su base volontaria. Detto ciò, è illegale quanto accade in alcune scuole che li utilizzano spesso per coprire le spese ordinarie come pulizie, manutenzione, fotocopie, supplenze brevi, ecc.</p>
<p>Dal momento che né le scuole (né tanto meno i Consigli di Istituto) risultano titolari di autonomo potere impositivo di tasse e contributi, facoltà questa riservata esclusivamente allo Stato, nessuna scuola può obbligare il cittadino a pagare alcun tipo di somma e mai può essere rifiutata una domanda di iscrizione a causa del mancato pagamento di contributi scolastici, sebbene le minacce in tal senso da parte di dirigenti autoritari siano all&#8217;ordine del giorno.</p>
<p>Ci rendiamo ben conto che spesso le scuole impongono il pagamento dei contributi per delle reali difficoltà economiche. Siamo stati in prima linea nel combattere le politiche che da anni stanno gradualmente destituendo il valore ed il senso della scuola pubblica e siamo convinti che tagliare direttamente i fondi destinati agli istituti scolastici significa che questi, per organizzare al meglio le attività didattiche ed extra-didattiche, sono costretti a chiedere aiuto alle famiglie. Consigliamo quindi agli studenti di versare, dove non ci siano reali problemi economici familiare, i contributi richiesti dalle scuole ma invitiamo anche i dirigenti scolastici a non imporre con la forza del ricatto tale pagamento. </p>
<p>Invitiamo inoltre a specificare sempre la causale dei versamenti e monitorare attraverso i rappresentanti al Consiglio di Istituto di studenti e genitori i bilanci, che potrebbero essere discussi in assemblea studentesca d&#8217;istituto e nel comitato degli studenti o dei genitori.</p>
<p><a href="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/tassescolastiche/">-> leggi la scheda informativa</a></p>
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		<title>Obbligo, cicli e valutazione. Quali scenari?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 16:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[EVIDENZA]]></category>
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		<description><![CDATA[Il post del sottosegretario all&#8217;istruzione Rossi D&#8217;Oria sulle attese di possibili cambiamenti nel mondo della scuola e in particolare su una possibilità di riforma complessiva dei percorsi scolastici (http://marcorossidoria.blogspot.com/2012/01/attese-possibili.html) unito ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il post del sottosegretario all&#8217;istruzione Rossi D&#8217;Oria  sulle attese di possibili cambiamenti nel mondo della scuola e in particolare su una possibilità di riforma complessiva dei percorsi scolastici (<a href="http://marcorossidoria.blogspot.com/2012/01/attese-possibili.html">http://marcorossidoria.blogspot.com/2012/01/attese-possibili.html</a>) unito alle indiscrezioni giornalistiche sul lavoro del MIUR circa lo stesso tema ha stimolato nelle ultime settimane un dibattito  raro, per i tempi che corrono, sulla scuola e sul suo futuro possibile; Le questioni tirate in in ballo  sono l&#8217;innalzamento dell&#8217;obbligo scolastico fino a 17 anni e la possibilità di una riforma-riduzione dei cicli scolastici che permetterebbe alla scuola italiana di adattarsi agli standard europei (diploma tra i 17-18 anni conseguibile dopo 12 e non 13 anni di studio).</p>
<p>Non è la prima volta che in Italia si sente parlare della possibilità di riformare la struttura del sistema scolastico; un dibattito del genere deve anzitutto stimolarci a riconsiderare il quadro storico  che definisce l&#8217;attuale scuola italiana, i quasi 20 ani di incertezze, buoni spunti, obiettivi assieme miopi e ambiziosi, errori colossali e in definitiva forti contraddizioni che l&#8217;hanno resa quella che è: un&#8217;istruzione povera e impoverente, disorientata e disorientante. Nel 1999 l&#8217;allora ministro Berlinguer , a seguito della presentazione di una riforma dei cicli che per prima tentava la trasformazione della scuola italiana in una chiave libera, aperta e democratica (la scuola dell&#8217;art 3 della Repubblica e quella degli standard europei) affermava: “Credo che la riforma dei cicli scolastici rappresenti una innovazione molto importante; essa non è e non va presentata come la panacea o la rifondazione complessiva del sistema scuola. Sono convinto che la scuola possa continuare a vivere senza la legge sui cicli e tuttavia penso che dobbiamo assolutamente realizzarla perché, indirettamente grazie ad essa, molti altri problemi potranno risolversi meglio”.</p>
<p>Dal nostro punto di vista , oggi, una riforma dei percorsi scolastici deve necessariamente essere affiancata e preceduta da un rifinanziamento della scuola pubblica, da una trasformazione radicale della didattica, della valutazione e dei meccanismi di democrazia degli istituti scolastici; superficiale sarebbe mettere mano ai cicli ignorando i limiti strutturali che i tagli della 133/08 pongono a qualsiasi tentativo di trasformazione, senza affrontare il  problema dell&#8217;arretramento della didattica, quello dell&#8217;inefficienza del sistema di valutazione (inefficiente è il test INVALSI ,deleterio quello di condotta e parziale la valutazione solo numerica del docente verso lo studente)  e il deficit di democrazia di cui soffre un sistema scuola che considera la partecipazione studentesca come un vezzo e non come una priorità.</p>
<p>Riteniamo perciò che la generalizzazione della scuola dell&#8217;infanzia, la critica all&#8217;attuale impostazione della scuola media inferiore e la necessità di costruire continuità tra ciclo primario e quello secondario siano provvedimenti utili e possibili, ma solo se presentati come provvedimenti specifici e non isolati (nessun blocco monolitico di riforma!), da articolare in base alle esigenze attuali. Utile sarebbe ripensare al biennio e al triennio delle scuole superiori rendendo unitario e orientante il primo e specializzante e pre-professionalizzante il secondo, quindi puntanto anzitutto a disinnescare  quel selezionatore sociale che di fatto la scuola superiore italiana oggi è diventata e a riporre in un rapporto di giusta parità e sinergia sapere, saper essere e saper fare.</p>
<p><a href="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/uploads/2012/02/miur.jpg"><img class="alignleft" title="miur" src="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/uploads/2012/02/miur.jpg" alt="" width="280" height="210" /></a>Un biennio unitario e non unico  che miri da un lato a dare voce alle singole specificità attitudinali dall&#8217;altro a creare un livello comune ed omogeneo di conoscenze e competenze, un biennio che offra gli strumenti per conoscersi e per scegliere, che valorizzi la scelta individuale consapevole e non uno che omologhi la formazione degli studenti nell&#8217;ottica dell&#8217;infarinatura o del “di tutto un po”; un biennio diviso in macro aree con orario curricolare per metà fisso e per metà personalizzante che dia l’opportunità di acquisire consapevolezza di sé e un livello base di conoscenze approfondibili nel triennio.</p>
<p>Un triennio specializzante nella misura in cui esso da un lato lavori soprattutto allo sviluppo di specifiche conoscenze che s&#8217;è consapevolmente scelto di approfondire, dall&#8217;altro preveda la messa a frutto del percorso su competenze e attitudini svolto e durante il primo ciclo e durante il biennio.</p>
<p>Un triennio pre-professionalizzante che punti a creare una forte connessione con il mondo del lavoro e con l&#8217;università. Bisogna costruire durante gli ultimi tre anni di formazione superiore un graduale avvicinamento al metodo didattico e di valutazione universitario, una didattica che si faccia ricerca collettiva e personale e una valutazione che smetta d&#8217;essere giornaliera e che cadenzandosi nel tempo educhi invece all&#8217;autonomia dello studio e alla comprensione dei propri ritmi d&#8217;apprendimento.</p>
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		<title>Quanto si boccia in Italia? Ma soprattutto, perchè?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 15:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovi interessanti dati riguardanti le bocciature e le promozioni nel paese sono da poco stati pubblicati da fonti ministeriali. Lo studio a campione riguarda le nove grandi città italiane, quattro ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovi interessanti dati riguardanti le bocciature e le promozioni nel paese sono da poco stati pubblicati da fonti ministeriali. Lo studio a campione riguarda le nove grandi città italiane, quattro al Nord Torino, Genova, Venezia e Milano, Roma e Firenze per il centro Italia, mentre per il Sud e le isole Napoli, Cagliari e Palermo.</p>
<p>Già sulla stampa parte la ricerca al notizia eclatante. &#8220;Quale la scuola più severa?&#8221;, &#8220;Quale la scuola dove i professori hanno la manica più larga nei voti?&#8221;. Poco interesse sta invece emergendo sulla stampa riguardo a temi centrali riguardo a questi dati. In primo luogo quale spaccato di paese ci consegna questo dossier ministeriale?</p>
<p>Proviamo a rispondere a questo primo quesito che ci siamo posti guardando ai tipi di scuole in cui si boccia maggiormente. In una gerarchia del successo formativo spiccano i licei classici e scientifici, le vecchie quanto nuove scuole della classe dirigente, le meno colpite dall&#8217;ultima riforma Gelmini, le scuole in cui tendono a iscriversi maggiormente figli di genitori laureati e con redditi più alti, le scuole in cui maggiormente si iscrive chi punta e frequenterà l&#8217;università. Le percentuali di promozione si attestano in queste scuole sopra il 90% (classici 94,1%, scientifici 92,3%). Discendendo invece la  gerarchia del successo formativo troviamo la galassia dei licei e istituti tecnici, per poi individuare alla base dalla scala i professionali. Queste sono invece le scuole da sempre definite di &#8220;serie B e  C&#8221;. Dove ci si iscrive in tanti casi, purtroppo, solo per completare l&#8217;obbligo, dove si concentrano le sacche di disagio sociale, dove si iscrivono in alte percentuali studenti migranti, figli di genitori con in genere titoli di studio quanto redditi medio-bassi. Sono le scuole in cui la riforma Gelmini ha tagliato maggiormente le ore di laboratorio e professionalizzanti. Si delinea ancora una volta un sistema scolastico a due binari, per due società nello stesso paese, da un lato la tendenza al successo formativo, quindi l&#8217;emancipazione, dall&#8217;altro l&#8217;abbandono, quindi l&#8217;esclusione e lo sfruttamento. Qui la percentuale di bocciati aumenta attestandosi tra il 17,2% degli istituti tecnici-economici e il 23,4% degli istituti professionali passando per il 20% degli istituti tecnici-tecnologici. In una zona intermedia vi sono invece i licei liguistici, delle scienze umane e artistici dove i dati relativi alla promozione sono rispettivamente 90,1%, 88,1% e 85,4%.</p>
<p>Altro tema fortemente collegato al precedente è il senso dell&#8217;istituto della bocciatura. Numerosi studi hanno dimostrato come in moltissimi casi la bocciatura sia un elemento che nel compimento del successo formativo sia più dannosa che positiva. In alcuni paesi europei questa non è addirittura prevista, ultima ma non unica l&#8217;Austria ha abolito la bocciatura. Ragionando teoricamente la valutazione è uno strumento che non può esprimere giudizi oggettivi, inserendola in una concezione della didattica moderna e non parcellizzata la valutazione deve tener conto della complessità dell&#8217;individuo, delle sue capacità e competenze scolastiche e non solo. Il corpo docente da questo punto di vista non può rappresentare una corte suprema che decide e incide in modo preponderante sulla vita e la motivazione dello studente. Oltre a questo si aggiunge una situazione in cui non è garantito l&#8217;accesso ai saperi e alla cultura in modo eguale a tutti gli studenti.</p>
<p>Sul piano concreto è necessario quindi ristrutturare l&#8217;istituto della valutazione, costruire percorsi in grado di coinvolgere lo studente nei suoi errori in modo da colmare lacune e insufficienze. Pensare a scuole sempre più laboratoriali, in cui il cui la didattica sia partecipata, in cui gli studenti siano in grado di essere protagonisti e interessati a ciò che studiano. Colmare l&#8217;abisso che da sempre esiste tra professionali e licei, livellare verso l&#8217;alto la qualità delle scuole. Per questo è necessario rinnovare investimenti economici ed umani nel mondo della scuola, partendo dal ripristino dei tagli della 133, offrire corsi di recupero pomeridiani in grado di recuperare i debiti formativi contratti durante l&#8217;anno dagli studenti e fare un grosso investimento nella formazione, nell&#8217;aggiornamento parallelamente alla valorizzazione del corpo docente del paese, puntando al successo formativo e al coinvolgimento dello studente a 360° e non come una semplice prestazione professionale che si compie nella lezione frontale e nel giudizio.</p>
<ul>
<li>scarica i dati del Ministero: <a class="downloadlink" href="http://www.unionedeglistudenti.net/sito/wp-content/plugins/download-monitor/download.php?id=43" title=" downloaded 11 times" >Dati Bocciature 2010 (11)</a></li>
<li><a title="articolo repubblica bocciature" href="http://www.repubblica.it/scuola/2012/02/06/news/i_bocciati_nelle_scuole-29456285/" target="_blank">leggi l&#8217;articolo di repubblica.it</a></li>
</ul>
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		<title>Studenti stranieri ai licei anche senza licenza media</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti degli studenti]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
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		<description><![CDATA[da repubblica.it &#8211; La decisione in una circolare del Ministero. Il problema sorge spesso per ragazzi che arrivano in età da liceo ma non hanno titoli di studio equivalenti a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>da repubblica.it</em> &#8211; La decisione in una circolare del Ministero. Il problema sorge spesso per ragazzi che arrivano in età da liceo ma non hanno titoli di studio equivalenti a quelli italiani. Ora verranno iscritti alla classe corrispondente alla loro età &#8220;salvo che i docenti decidano diversamente&#8221;. E la Lega protesta</p>
<p>Gli studenti stranieri potranno iscriversi al superiore e sostenere gli esami di Stato anche senza licenza di scuola media. Ma dovranno dimostrare di avere la preparazione adeguata alla classe per la quale chiedono l&#8217;iscrizione. La circolare che mette la parola fine ad una questione piuttosto controversa è arrivata lo scorso 27 gennaio e ha suscitato le proteste della Padania.</p>
<p>&#8220;La presenza di alunni con cittadinanza non italiana ha assunto da tempo le caratteristiche di un fenomeno strutturale  -  esordisce la nota di viale Trastevere  -  che fa registrare il progressivo aumento degli iscritti anche nella scuola secondaria di secondo grado.  In particolare, è frequente il caso di studenti provenienti da altri Paesi  -  continua  -  che chiedono l&#8217;iscrizione a classi, anche intermedie, di istituti di istruzione secondaria di secondo grado&#8221;. Cosa fare se il ragazzo ha 16 anni ed è sprovvisto del titolo di studio equivalente al nostro diploma di licenza media?</p>
<p>Finora, la questione si è posta al momento dell&#8217;esame di maturità, quando la commissione esamina i fascicoli degli studenti per controllare se tutta la documentazione è a posto. E in mancanza del titolo della scuola secondaria di primo grado, requisito necessario oltre &#8220;all&#8217;età&#8221;  -  che non può essere inferiore a quella prevista per la frequenza della classe prestabilita  &#8211; , nasce il dubbio. Può sostenere il ragazzo straniero lo stesso gli esami. In genere, le scuole fanno sostenere a questi soggetti gli esami di terza media presso un centro per adulti, sanando la loro posizione. Ma la prassi, secondo il ministero, è illegittima. E, per sgombrare definitivamente da equivoci la questione, ha messo nero su bianco.</p>
<p>&#8220;Qualora gli studenti con cittadinanza non italiana siano ancora, secondo l&#8217;ordinamento scolastico italiano, in età di obbligo di istruzione (&#8230;) vengono iscritti  -  spiega il ministero  -  alla classe corrispondente all&#8217;età anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l&#8217;iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto, dell&#8217;ordinamento degli studi e del corso di studi eventualmente seguito nel paese di provenienza, dell&#8217;accertamento di competenze, abilità e livelli di preparazione dell&#8217;alunno e del titolo di studio eventualmente posseduto dall&#8217;alunno. Qualora, invece, gli studenti stranieri che richiedono l&#8217;iscrizione ad una classe intermedia non siano più soggetti all&#8217;obbligo, almeno sedicenni, il consiglio di classe può consentire l&#8217;iscrizione di giovani provenienti dall&#8217;estero&#8221;.</p>
<p>Ma questi ultimi devono provare, &#8220;di possedere adeguata preparazione sull&#8217;intero programma prescritto per l&#8217;idoneità alla classe cui aspirano&#8221;. E di conseguenza, alla fine del percorso, possono essere ammessi agli esami di maturità anche senza il prescritto diploma di licenza media, previsto invece per i ragazzi italiani. Il motivo è semplice. &#8220;Per questi studenti  -  precisa la nota  &#8211; , si deve ritenere, infatti, che i competenti collegi dei docenti, o i consigli di classe, abbiano già valutato, all&#8217;atto dell&#8217;iscrizione alle classi degli istituti di istruzione secondaria&#8221;, il possesso dei requisiti richiesti.</p>
<p>In genere, nei paesi di origine i giovani stranieri hanno seguito i corsi di studio previsti dagli ordinamenti locali che, seppur diversi dal nostro, li hanno portati a conseguire un titolo di studio. E la italiana che li ha accolti non ha avuto &#8220;nulla eccepire circa il mancato possesso del diploma di licenza conclusivo del primo ciclo di istruzione previsto dal nostro ordinamento scolastico&#8221;. Ma secondo il quotidiano leghista La Padania, riferisce la Tecnica della scuola, questa posizione assunta dal ministero &#8220;produce una evidente discriminazione, perché la concessione che viene fatta agli studenti stranieri non è prevista per i cittadini italiani&#8221;.</p>
<p>di SALVO INTRAVAIA</p>
<p>(07 febbraio 2012)</p>
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		<title>Terminare la scuola a 18 anni?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 12:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertocampanelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da www.ecolenet.it - Terminare il percorso scolastico a 18 anni. Questa proposta è uscita in questi giorni, non si capisce con quanta convinzione, dalle stanze del MIUR. Un ballon d’essai? O solo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da <a href="www.ecolenet.it">www.ecolenet.it </a>- Terminare il percorso scolastico a 18 anni. Questa proposta è uscita in questi giorni, non si capisce con quanta convinzione, dalle stanze del MIUR. Un ballon d’essai? O solo una uscita estemporanea? Certo desta stupore che un governo che avrà una vita lunga al massimo un anno e<br />
mezzo si metta in una impresa di cambiamento strutturale su cui altri governi con prospettive<br />
temporali più lunghe e con ipotesi ben più strutturate hanno fallito.</p>
<div>Ma la proposta in sé non è peregrina. E non solo perché la fine dei percorsi scolastici (primari e secondari) a 18 anni è caldeggiata dall’Unione Europea, ma soprattutto perché l’Italia, che lamenta il ritardo con cui i suoi giovani entrano nel mondo del lavoro, ha uno dei sistemi di istruzione che<br />
prevede i più lunghi tempi di percorrenza. Soprattutto se si guarda alle prospettive di un paese che ambirebbe a collocare le proprie attività produttive nei settori avanzati e nella progettazione, il percorso che prevede 5 anni di primaria, 8 di secondaria, 5 di università e 3 di dottorato, difficilmente potrà offrire anche ai migliori studenti l’opportunità di raggiungere il top prima di quei fatidici 28 anni, che secondo l’improvvido (e , a questo punto, anche conclamato ignorante) sottosegretario Martone, rappresenterebbero il superamento della frontiera della “sfiga”.<br />
Su questo fronte la differenza con gli altri paesi europei è evidente, non fosse altro perché questi sono stati anche più accorti a compensare periodi più lunghi nei cicli iniziali o intermedi, con periodi universitari più corti, o viceversa. Basta ricordare nell’ambito dell’attuazione del processo universitario di Bologna il problema sollevato dal dottorato “corto” (1 anno e mezzo) degli inglesi.</div>
<div>La terminalità scolastica in Europa. Ma andiamo per gradi. In tutti i paesi europei la scuola secondaria termina a 18 anni? Non è vero!</div>
<div>Diciamo che forse la metà dei sistemi prevede lì il termine della secondaria, ma non è ancora un dato comune. In particolare terminano a 18 anni le scuole secondarie di tutte tre le comunità del Belgio, di Irlanda, Spagna, Francia, Ungheria, Portogallo, Malta e di tutti e quattro i sistemi scolastici del<br />
Regno Unito (tranne in parte la Scozia). Anche in Austria, Grecia, Cipro e nei Paesi Bassi quasi tutti (ma non tutti) i percorsi terminano a 18 anni. Ma in alcuni paesi come Malta e i Paesi Bassi il percorso scolastico primario-secondario è comunque di 13 anni perché la scuola primaria si inizia a 5 anni. Anche in Ungheria si inizia obbligatoriamente a 5 anni ma nella scuola dell’infanzia.<br />
Terminano invece a 19 anni i sistemi di Bulgaria, Danimarca, Estonia, Italia, Lettonia, Lituania,<br />
Polonia, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia. Va detto però che in Finlandia e Svezia a differenza che da noi il percorso scolastico non è di 13 anni ma di 12 perché l’obbligo inizia a 7 anni. Per la Finlandia poi una vera e propria data conclusione del liceo non c’è: vige infatti un sistema di moduli simile ai corsi universitari per cui quello che una volta era l’ultimo triennio può essere svolto in un periodo che va da un minimo di due anni ( quindi si può finire a 18 anni e lo fa circa il 20% degli studenti finlandesi) ad un massimo di quattro (quindi a 20 anni), ma la maggioranza lo frequenta ancora in tre anni.<br />
Vi sono poi sistemi che hanno terminalità diverse a seconda dei diversi tipi di scuola oppure a seconda che lo studente prosegua all’università o termini con la secondaria i suoi studi.<br />
Il caso più noto è quello della Germania dove il liceo (gymnasiale oberstufe) e alcune scuole professionali durano fino a 19 anni mentre le scuole tecniche (fachochschulen) e alcune scuole professionali ( anche a seconda dei diversi laender) durano fino a 18 anni.<br />
Al contrario in Scozia ( e anche in Francia fino a qualche anno fa) sono gli istituti professionali a terminare a 19 anni.<br />
Anche alcune scuole professionali ceche, lussemburghesi, romene arrivano fino a 18 o anche a 17 anni, ma il grosso delle scuole secondarie e soprattutto i licei di questi paesi arrivano fino ai 19 anni.<br />
In Ungheria e in Romania gli studenti che non continuano all’università fanno un anno in più nei licei, mentre in Grecia e Cipro questo succede rispettivamente per i licei, le scuole serali e le scuole professionali in alternanza. Queste ultime anche in Austria e nei Paesi Bassi vanno uno o due anni<br />
oltre il limite dei 18 anni.</div>
<div>La potenzialità di studio a 18 anni.</div>
<div>Quest’ultimo aspetto mette in luce un altro problema che riguarderebbe un’eventuale riduzione dei percorsi scolastici in Italia: quello della prosecuzione degli studi,da noi scarsa, e quindi quello del livello di preparazione generale della nostra gioventù. Insomma: un anno in meno rischia di essere un anno in meno di acculturamento generale, anche mettendo in conto un aumento delle iscrizioni universitarie grazie alla minore età al momento dell’uscita dalle secondarie superiori. Va detto infatti che se oggi il 62% dei diplomati prosegue all’università, il 18% di questi abbandona dopo il primo anno e solo un 50% arriva nei tempi dovuti alla laurea, gli altri vanno tutti fuori corso e non c’è dunque da meravigliarsi se alla fine tra la popolazione compresa tra i 25 e i 34 anni ci<br />
ritroviamo ancora con un misero 20% di laureati nel momento in cui la media europea è intorno al 35%, l’UE ci chiede di arrivare al 40% entro il 2020 e dobbiamo fare i conti con paesi in cui i possessori di un titolo terziario sono il 49% dei giovani come in Corea o il 60% come in Canada.<br />
Un dato insufficiente per un paese, come l’Italia, che cerca un ruolo nella società della conoscenza.<br />
Per intenderci meglio: è un dato che fa sì che a livello mondiale un’azienda avanzata che cerchi laureati ne trova il 50% tra americani, giapponesi e cinesi e meno del 2% tra gli italiani ( persino meno che tra gli spagnoli, al 3%). Altro che fuga dei cervelli: c’è il rischio che tra poco anche quella via ci sia preclusa.<br />
Il problema che emergerebbe immediatamente da una riduzione del percorso scolastico, affinchè esso non costituisca un calo del sapere complessivo dei nostri diciannovenni, sarebbe dunque quello di garantire contemporaneamente una frequenza degli studi terziari e una continuazione del percorso di studio a un più alto numero di studenti. Ma i dati sopra enunciati dicono che questa condizione nel nostro paese non c’è. Il sistema universitario 3 + 2 non ha finora dato in ciò i risultati sperati: tranne rare eccezione sembra che la laurea breve non serva a molto sul piano degli sbocchi lavorativi e che allo stesso tempo la laurea lunga non produca effetti economici significativi sulle retribuzioni della prima occupazione rispetto alla laurea breve (inchiesta del Consorzio Stella,<br />
che valuta le università lombarde). Sono le contraddizioni del sistema, così come lo è il fatto che , pur in presenza di questi dati, non si parli d’altro che della abolizione del valore legale del titolo di studio (?!).<br />
Nello stesso tempo manca da noi un serio sistema di studi terziari non-universitari, para-universitari o anche universitari che consentano una formazione superiore, magari anche in alternanza col lavoro, quali quelli che ci sono in Germania, in Francia e in altri paesi europei. Da noi l’incerta esperienza degli IFTS non è mai decollata e sembra ora rifluire su una appendice della Formazione Professionale regionale, mentre quella degli ITS, a malapena agli inizi, coinvolge circa 2.000 alunni ( per fare un confronto: in Francia ne coinvolge 300.000!).</div>
<div>Le opportunità di studio post-secondario in Europa. In particolare: in Germania gli istituti tecnici (fachoberchule) prevedono un anno di perfezionamento, dopo di che gli studenti possono proseguire, oltre che in percorsi di tipo universitario (Fachochschule, 4 anni con indirizzi come economia agraria, design, tecnica, economia aziendale, servizi sociali), in percorsi triennali di tipo terziario (berufakademie o  vierwaltungfachochochschule). Gli istituti professionali (beruffachschule e berufschule+betrieb) possono o proseguire per altri tre anni professionali terziari in continuità o nell’abendgymnasium o accedere a trienni di post secondario (fachscule, gesundheitwesens). L’innesto in questi percorsi può variare da laend a laend. Nella sola regione della Wesfalia-Renania del Nord ci sono oltre a 18 università, 33 istituti di questo tipo e 9 di alta formazione artistica e musicale. E dire che da noi si lamenta l’esistenza di troppe università! In Francia, dove i licei tecnologici a 18 anni non rilasciano titoli professionalizzanti, per averli gli studenti devono frequentare almeno una sezione tecnologica superiore (STS) allestita dalle scuole o un istituto universitario di tecnologia (IUT), molto ambito e in buona parte scippato dagli alunni uscenti dai licei scientifici, entrambi biennali. Gli altri vanno nelle università o nelle ambitissime e ultraselettive Grandes Ecoles, previ bienni o trienni di corsi preparatori che vengono allestiti nei licei francesi ( e dove insegnano i famosi e superpagati agregès). Il tutto è perfettamente incastrato nel meccanismo dei crediti universitari.</div>
<div>Un allungamento scolastico di un anno complementare o terziario (fino a 19) è previsto anche nella scuola belga francofona per tutti gli indirizzi e in quella delle altre comunità per l’indirizzo professionale, in quella maltese, in quella professionale austriaca. Hanno poi percorsi di tipo terziario brevi e diversi dalle università Belgio (uno, due o tre anni), Cekia (2 anni), Bulgaria (2 anni), Estonia (2 anni), Irlanda(3 anni), Grecia (2), Lettonia (1 o 2), Lituania (2), Lussemburgo (3), Ungheria (3), Malta (3), Polonia (2 e mezzo), Portogallo (1), Slovenia (1), Slovacchia (2), Finlandia (3), Svezia (2).<br />
Hanno percorsi di tipo post-secondario il Belgio francofono (3 anni +1), germanofono (3), fiammingo (2 o 3), la Bulgaria (4), la Cekia (2 o tre anni e mezzo), la Danimarca (2 + 1), l’Irlanda (2 + 1 + 1), la Spagna ( 2 + mezzo), Cipro (3), la Lettonia (1 o 2), La Lituania ( 3 anni + 2 semestri), il Lussemburgo (2), l’Ungheria (2), Malta (3), Paesi Bassi (2), Austria (3), Polonia (3), Slovenia (2), Slovacchia (2 o 3), Svezia (3), Regno Unito (2 ), Scozia (3 +1).<br />
Hanno percorsi professionali post-secondari in alternanza il Belgio francofono (3 anni) e quello fiammingo (2 ) e l’Ungheria, senza alternanza Finlandia, Svezia, Polonia, mentre Slovenia, Slovacchia, Paesi Bassi e Austria continuano fino a 20 anni la formazione professionale in alternanza, Paesi Bassi e Austria anche fino a 21. La questione dell’abbassamento dell’età di uscita dalla scuola secondaria superiore non è quindi un provvedimento da prendersi alla leggera. E non solo per gli effetti sugli organici (circa 50.000 cattedre e 10.000 posti ATA in meno), che si creda o meno alla prospettiva che gli organici avanzati saranno convertiti in “organico dell’autonomia”, sorta di organico funzionale per potenziare l’insegnamento rompendo la frontalità, ma soprattutto per le questioni anzidette. In altre parole o prima si creano le condizioni, con tutte le risorse necessarie, o l’operazione rischia di essere un<br />
boomerang, come già è successo in altre occasioni.</div>
<div></div>
<div>1 febbraio 2012</div>
<div>Pino Patroncini</div>
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