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ANCHE IL PAKISTANO VUOLE IL FIGLIO AL VISCONTI:“Riflessione sulle classi di classe” 02/20/18

Tra le scuole più antiche e rinomate del paese sono emerse le legittimazioni delle disuguaglianze nel nostro sistema scolastico. Si è rimarcato più volte nei rapporti di autovalutazione la positività ...


Tra le scuole più antiche e rinomate del paese sono emerse le legittimazioni delle disuguaglianze nel nostro sistema scolastico. Si è rimarcato più volte nei rapporti di autovalutazione la positività in termini di apprendimento dell’assenza di studenti stranieri, poveri e disabili. Una scuola che vanta i finanziamenti privati delle famiglie è una scuola che privatizza il sapere e lo mette a disposizione dei più ricchi.Una scuola che si vanta di non avere studenti poveri e stranieri per costruire una vetrina di attrazione e incrementare le iscrizioni, è una scuola che ha fallito nel suo ruolo educativo di autodeterminazione della persona all’interno della società. Come si può ben capire cambiano i dati, cambia il linguaggio ma resta la divisione sociale tra scuole di serie A e scuole di serie B. Cambiano i nomi, cambiano le promesse. Restano e si consolidano le diseguaglianze. Cambiano gli obiettivi, cambiano gli strumenti. Resta il 14% di dispersione scolastica, resta l’esclusione sociale. L’Italia ha oramai un terzo della sua popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale. Tra le circa 5 milioni di persone in povertà assoluta, la percentuale maggiore riguarda giovani ragazze e ragazzi. Il dato statistico è sconvolgente. Vi sono infatti 1 milione 292mila di minori poveri ed 1 milione e 17mila di giovanissimi e giovani tra i 18 ed i 34 anni. Il valore è più che triplicato rispetto al 2005. A partire da questi dati si configura l’assenza della mobilità intergenerazionale fondata principalmente sulla riproduzione familiare della propria condizione sociale. Ed è qui che l’accesso all’istruzione ha un ruolo determinante. Infatti l’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare del titolo di studio: 8.2% se la persona ha la licenza elementare, del 4% se è almeno diplomata. L’incidenza della povertà relativa cala ancor più nettamente, passando dal 15% per una persona senza titolo di studio (con picchi del 28% al sud) al 5.8 % di una persona laureata. Questo dato ad onor del vero presenta notevoli disuguaglianze territoriali, con una elevatissima forbice tra nord e sud, infatti i giovani laureati del sud sono per oltre l’11% in povertà relativa. Il titolo di studio dipende, infatti, da quello dei genitori, favorendo i giovani che dai 14 anni vivono in casa di proprietà e con almeno un genitore laureato e con professione manageriale (Rapporto ISTAT sulla povertà  2016). Circa il 63% dei giovani ha lo stesso titolo di studio di madre e padre. Le disuguaglianze quindi si riproducono, come è visibile dai dati sulle percentuale di laureati per distribuzione territoriale tra aree ricche e povere del Paese o delle città.

Le diseguaglianze non solo esistono e non sono risolte, ma sono anche legittimate da una cultura di classe che non ha mai abbandonato realmente il nostro Paese.

Il prestigio di queste scuole sia dato dall’importanza delle famiglie alto-borghesi che iscrivono i propri figli lì e ciò non è un caso. Non si può negare la presenza di scuole di serie A e scuole di serie B ed è necessario aprire una riflessione sul perché la classe dirigente del nostro paese non si riproduce attraverso l’ascensore sociale dell’istruzione, ma tramite le stesse identiche scremature sociali del ‘900. Evidentemente nel nostro paese esistono ancora delle corsie preferenziali, dalle scuole prestigiose alle università, per la rigenerazione dei potenti attraverso dinamiche strettamente familistiche. Nelle classi del potere non c’è spazio per poveri, immigrati o disabili, che restano sempre di più ai margini di un sistema d’istruzione fondato sulla retorica dell’eccellenza e del merito, che , inserita in questo contesto sociale, non fa altro che rincorrere chi effettivamente detiene il potere oggi, premiandolo e garantendo la sua conservazione.

 

A partire da questa riflessione sulle miserie sociali su cui si basa la scuola pubblica nel nostro paese resta la necessità di un’istruzione gratuita a tutte e tutti, senza alcuna distinzione di provenienza e di reddito, per un’inversione di rotta che trasformi il presente.  Con il lancio della nostra campagna sull’istruzione gratuita, dove si evidenziano le necessità di investimenti strutturali al pari di 14 mld nel mondo dell’istruzione per renderla gratuita ed accessibile a tutte e tutti, all’allargarsi della forbice delle disuguaglianze, all’inasprirsi della dispersione scolastica si risponde così:

“La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di Dsa. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di Dsa, trasferimento in entrata o all’insorgere di Bes.”

Vediamo come il rapporto di autovalutazione (RAV), strumento fondamentale alle scuole per risolvere criticità di tipo didattico, pedagogico e sociale è diventato un mero strumento meccanico di classificazione statistica, decisamente lontano alle risoluzioni basate sulla ricerca educativa, volto esclusivamente alla costruzione di una vetrina funzionale alla concorrenza tra scuole.

Ecco dove ci ha portati la rincorsa alle eccellenze: rinnegare il diritto al sapere per tutti e tutte alzando le barriere all’accesso alla formazione come caro libri e contributo volontario (spesso presentato come obbligatorio) e introducendo provvedimenti come il daspo scolastico. Quest’ultimo fa notare l’abbandono da parte delle comunità scolastiche di pratiche pedagogiche e mutualistiche verso una deriva securitaria che ormai coinvolge tutto il paese: invece di risolvere con investimenti le diseguaglianze che esasperano le nostre periferie, costringendo migliaia di giovani a rivolgersi alla criminalità si preferisce allontanarli, consegnandoli direttamente nelle mani di chi distrugge e specula!

L’ottica della rivoluzione passiva, dei cambiamenti storici della scuola sugli studenti e non dagli studenti è sempre più evidente, infatti, a partire dai programmi, passando per le metodologie didattiche fino ad arrivare agli stessi cicli scolastici è permanente l’assenza della  libera scelta da parte di studenti e studentesse: non possiamo decidere su cosa focalizzarci, non possiamo decidere cosa e come studiare, non possiamo decidere che tipo di alternanza scuola lavoro intraprendere.

Vogliamo un biennio unitario e non unico che miri da un lato a dare voce alle singole specificità dall’altro a creare un livello comune ed omogeneo di conoscenze e competenze, un biennio che offra gli strumenti per conoscersi e per scegliere, che valorizzi la scelta individuale consapevole e non uno che omologhi la formazione degli studenti.       Un triennio specializzante nella misura in cui esso da un lato lavori soprattutto allo sviluppo di specifiche conoscenze che s’è consapevolmente scelto di approfondire, dall’altro preveda la messa a frutto del percorso su competenze e attitudini svolto e durante il primo ciclo e durante il biennio. Bisogna costruire durante gli ultimi tre anni di formazione superiore un graduale avvicinamento al metodo didattico e di valutazione universitario, una didattica che si faccia ricerca collettiva e personale e una valutazione mirata al miglioramento dei ritmi di studio, non punitiva.

A monte di questo è necessario però che la scuola sia realmente accessibile a tutti e tutte, senza barriere all’entrata, completamente gratuita: dall’asilo all’università.La proposta di istruzione gratuita e di qualità per tutte e tutti e di riforma dei cicli scolastici sono frutto di  quelle battaglie, mai interrotte, che puntano a costruire un futuro migliore di quello che ci è stato imposto dall’alto dei palazzi del potere. Un futuro fondato sull’intreccio tra saperi  liberi, innovazione tecnologica e uguaglianza sociale a partire da scuole e università: è necessario ribaltare questo modello di esclusione proposto per ribadire la centralità di una scuola inclusiva e democratica in un mondo che si chiude ai bisogni di generazioni che hanno pagato con la disperazione sociale una crisi determinata da chi si è sempre più arricchito negli ultimi anni!

 

 

 

 


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